Santa Messa delle Palme e della Passione Duomo di Pavia

28-03-2021

Carissimi fratelli e sorelle,

La nostra celebrazione si è aperta con il rito della benedizione delle palme e la breve processione, così abbiamo rievocato l’evento narrato in tutti i vangeli. Quando Gesù entra in Gerusalemme, in vicinanza della festa di Pasqua, è accolto da una folla di discepoli e di pellegrini che lo acclamano come il re messia, discendente di Davide e che esprimono la speranza nel regno forse immaginato come liberazione dall’oppressione romana e dalle ingiustizie: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!» (Mc 11,9-10). Gesù è lodato e benedetto come colui che viene nel nome del Signore, perché attraverso di lui è Dio che si fa presente e anche noi oggi facciamo nostre queste parole, anzi nella luce del mistero pasquale, che stiamo per rivivere e celebrare, riconosciamo in modo ancora più limpido e forte che davvero Gesù è il messia, l’atteso salvatore di tutti, è il Cristo, è il Figlio del Dio vivente che viene a noi nel nome del Signore!

Le stesse parole cantiamo, in ogni Messa, nel Sanctus, disponendoci ad accogliere Cristo che viene veramente e realmente tra noi, nel pane e nel vino che si trasformano, per la potenza dello Spirito, nel Corpo e Sangue del Signore: prima di ripresentare nei segni e nelle parole della preghiera eucaristica, il mistero della cena del Signore e il memoriale della sua passione d’amore, noi diamo voce alla gioia di essere ancora una volta visitati da Colui che viene nel nome del Signore.

Dunque, carissimi amici, l’odierna liturgia inizia in un clima festoso, con Gesù acclamato e accolto, circondato non solo dai suoi discepoli, ma da tanti figli del popolo ebraico, che vedono in lui l’atteso messia, il liberatore, la speranza di un nuovo futuro.

 

Le letture della messa, con il lungo racconto della passione secondo Marco – il racconto più antico che Marco stesso ha ripreso, probabilmente nato nella prima comunità di Gerusalemme – ci fanno entrare in un clima totalmente differente: sulla scena, davanti ai nostri occhi, appare Gesù che vive le ultime ore della sua vita terrena, con una ricchezza di particolari e con un sottile richiamo alle Scritture che in lui si compiono, che non rinveniamo per nessun altro momento della vita di Cristo. Perché fin dall’inizio, i primi credenti hanno percepito che in quelle ore è accaduto qualcosa d’immenso, si è realizzato un disegno voluto dal Padre e Gesù, come Figlio obbediente e amante, ha portato a compimento l’opera a lui affidata, l’opera della redenzione, della nostra vera liberazione. Che non è una liberazione politica o temporale: è una liberazione molto più radicale e profonda, dal peso del peccato, che sfigura e intristisce la vita degli uomini, dalla morte, troppo spesso vissuta da noi come uno strappo doloroso e ingiusto, dall’assurdità e insignificanza del dolore, compagno inseparabile dell’umana esistenza, che può condurre alla disperazione, a una visione cinica e tragica dell’uomo, se non se ne scopre il senso.

Se ripercorriamo il racconto dell’evangelista, ci accorgiamo che nelle ore della sua passione, Gesù si trova a essere sempre più solo, non tanto fisicamente, ma moralmente, esistenzialmente: Gesù è solo nel Getsèmani, porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, chiede loro di vegliare e pregare, eppure sono incapaci di fare compagnia a Cristo, si addormentano, con gli occhi pesanti; Gesù nel momento dell’arresto è abbandonato da tutti, tradito da Giuda, uno dei Dodici, e poi rinnegato da Pietro; nei quadri successivi – davanti al sinedrio, di fronte al prefetto di Roma, Ponzio Pilato, nel breve cammino con la croce, e infine sul Gòlgota, Gesù è sempre più solo, accusato falsamente, flagellato, sottoposto alla crudele parodia della sua coronazione di spine, condotto al luogo del supplizio, probabilmente sotto lo sguardo di curiosi che lo disprezzano, infine inchiodato al legno della croce e anche lì beffeggiato, sfidato, umiliato. In quelle ore drammatiche, sperimenta un paradosso: lui che è il Figlio amato del Padre, lui che nella preghiera nell’orto degli ulivi, si rivolge a Dio, chiamandolo «Abbà, Padre» e alla fine si consegna fiduciosamente al “Tu” del Padre – «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36) – vive perfino il senso dell’abbandono da parte di Dio, gridando le parole con cui si apre il salmo 22: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34).

 

Che cosa significa tutto ciò per noi? Lo sappiamo, possiamo sentirci soli anche in mezzo a una folla di persone, anche se abitiamo sotto lo stesso tetto o abbiamo qualcuno accanto a noi. Anzi, c’è una solitudine, in certo modo, invincibile, segno di un ultimo mistero in noi, inaccessibile anche a chi ci ama: c’è qualcosa di noi e in noi che nessuno riesce a raggiungere, ad abbracciare, a comprendere, a volte nemmeno noi stessi.

Di questa originale solitudine, facciamo esperienza soprattutto quando soffriamo e in modo radicale nella morte: giustamente avvertiamo come disumano e terribile il fatto che, a causa dell’attuale epidemia, molte persone sono morte e muoiono senza poter vedere i loro cari, senza sentire una mano vicina che li accarezza e tiene la loro mano – spesso sono gli infermieri, per quanto riescono, i medici, o altri operatori sanitari ad assicurare una presenza accanto ai morenti, o i cappellani – e credo che dovremmo trovare una via per permettere, almeno negli ultimi istanti, la presenza di un familiare, con i dovuti dispositivi di precauzione, accanto a chi sta per compiere il passaggio al Padre. Non è umano, non è cristiano morire da soli, senza il sostegno di chi ci vuole bene!

Tuttavia, anche se nella malattia e perfino negli ultimi istanti, abbiamo il dono di presenze buone accanto a noi, c’è una solitudine insuperabile: nessuno può soffrire al mio posto e sostituirsi a me, e tanto meno nessuno può essere con me nell’istante della morte, quando gli occhi si chiudono a questo mondo per aprirsi alla vita eterna in Dio.

 

Ebbene, carissimi fratelli e sorelle, Cristo nella sua passione dell’anima e del corpo, ha condiviso totalmente la nostra umana solitudine, così profonda nell’ora della sofferenza e della morte, proprio per non lasciarci soli, per essere accanto a noi, in maniera unica e silenziosa, eppure reale ed efficace, nel passaggio travagliato e fecondo del dolore, della malattia, della morte: lui ha attraversato, da solo e al tempo stesso nella relazione indistruttibile con il Padre, il dramma dell’abbandono, della sofferenza, di una morte ignominiosa e umiliante, nudo sulla croce, come un malfattore condannato, come un maledetto da Dio, e in questo modo, ci ha davvero redenti e liberati, attraverso la sua sofferenza innocente e ha redento, ha dato un nuovo significato all’umano dolore, l’ha trasformato in una chiamata a essere con lui, a seguire lui, a partecipare con lui alla salvezza dell’uomo e del mondo!

Rivivendo nella preghiera e nella liturgia del Triduo Pasquale, il mistero racchiuso negli eventi della passione, morte e risurrezione del Signore, sentiamoci anche chiamati a essere vicini a chi soffre, a chi è in povertà, a chi vive gravi difficoltà e preoccupazioni per il lavoro e per il sostentamento dignitoso della famiglia: in modo particolare cerchiamo di entrare, per quanto possibile, nella solitudine degli anziani, nella trepidazione dei malati e dei loro familiari, e prestiamo ascolto e attenzione ai bambini, agli adolescenti e ai giovani, provati da questi mesi di scuola e di università a distanza, di vita sociale ridotta al minimo, d’incertezza sul loro futuro.

 

Signore Gesù, vogliamo entrare con Te in questi santi giorni, guardare a Te e al tuo cammino verso la croce e verso la gloria della vita nuova: non lasciarci soli nell’ora del dolore e della prova, e insegnaci a farci prossimi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, per essere segno della tua vicinanza che rischiara ogni tenebra e ogni oscurità. Amen!