Sabato 7 novembre alle ore 21 nella chiesa di Santa Maria di Caravaggio a Pavia ci sarà “La preghiera di Taizè”, proposta dal parroco don Lorenzo Lardera.
Un momento che si preannuncia particolarmente intenso tra preghiere, canti, silenzio. “Taizé ha indubbiamente rinnovato, e in qualche modo sconvolto, la tradizione liturgica monastica – dice don Lardera -. La Comunità prende alla lettera l’invito del concilio Vaticano II, anticipato con insistenza da Giovanni XXIII, a lavorare non soltanto alla conservazione di un tesoro ma anche alla sua ‘traduzione’, in senso lato, affinché la liturgia sia comprensibile all’uomo moderno e più adatta alla sensibilità del nostro tempo.
In questo adattamento continuo della pratica liturgica, la comunità di Taizé non ha mai perso la disciplina del tempo e dello spazio, del corpo e dello spirito, della parola e del silenzio, ingredienti, da sempre, essenziali della liturgia della chiesa e, in particolare, della liturgia monastica. Oggi si avverte il bisogno urgente di risposte pastorali alla perdita del valore ‘misterico’ del rito.
Molti giovani sono, talvolta, poco avvezzi alla vita di preghiera o totalmente a digiuno rispetto a una qualsiasi esperienza liturgica. Si rende necessaria, dunque, una proposta capace di unire, in un perfetto equilibrio, bellezza e essenzialità al servizio della Parola di Dio, perché nessuno resti semplice spettatore passivo delle celebrazioni, ma piuttosto invitato ad andare oltre se stesso”.
“I canti vengono ripetuti più volte – chiarisce ancora don Lorenzo -, non perché vogliamo semplicemente cantare la stessa frase, ma perché la ripetizione ci permette, lentamente, di entrare nelle parole, di farle scendere dal pensiero al cuore. Mentre cantiamo, possiamo smettere di preoccuparci di ciò che dobbiamo dire e semplicemente lasciarci accompagnare dalla preghiera. Una frase breve può diventare una preghiera profonda, che continua dentro di noi anche quando il canto termina. Ci si immerge in una preghiera distensiva, poco parlata, che trasmette il senso della pace e della comunione.
Quella sera, dunque, non chiederemo soltanto a Dio di donarci la pace. Chiederemo anche di diventare noi stessi strumenti di pace: nelle parole che pronunciamo, nei gesti che compiamo, nel modo in cui guardiamo gli altri”.







