L’albero è tagliato, tutto sembra finito, il tronco è a terra e le radici invecchiate al suolo. Eppure basta sentire l’acqua perché tutto possa ancora rifiorire. Questa immagine della natura che Giobbe utilizza nel suo libro, ci rimanda ai nostri giorni, persino all’evento straordinario delle paraolimpiadi, alla disabilità. Quando tutto sembra non avere un futuro, la speranza afferma che c’è ancora una possibilità nascosta, apparentemente invisibile agli occhi ma pronta a risvegliarsi. La speranza non cancella il dolore, ma lo attraversa e lo trasforma. Con questo sguardo anche noi catechisti dovremmo guardare a coloro che ci sono affidati dentro una fragilità concreta. Uno sguardo che sappia cogliere la sete di acqua, mani che sappiano portare una carezza che sostiene, parole che profumino di amore e che ridonino fiducia, coraggio, desiderio di vita. I piccoli germogli saranno più importanti dei grandi frutti. Trasmettere l’amore di Cristo attraverso la vicinanza umana sarà la catechesi più efficace.
