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L'intervento del Vescovo Corrado al convegno sull' "Humanae Vitae"

Il confronto sull'enciclica di San Paolo VI si è svolto sabato 27 ottobre al Collegio Cardano


Ringrazio gli organizzatori di questo Convegno, in particolare il Servizio per la pastorale familiare della Diocesi di Pavia, il Consultorio Familiare Diocesano, il Centro Aiuto alla Vita con il Movimento per la Vita, la Pastorale universitaria con la FUCI di Pavia, e lo stesso Collegio Cardano che ci ospita.
Ringrazio e saluto gli illustri relatori che ci aiuteranno a mettere a fuoco la ricchezza e l’attualità dell’enciclica Humanae Vitae, pubblicata da Papa Paolo VI, proclamato Santo domenica scorsa, il 25 luglio 1968, in un momento di grande effervescenza culturale e sociale nel mondo occidentale, e di tensioni vive e acute nella Chiesa dell’immediato post-Concilio.
Il mio intervento vuole essere poco più che un saluto, mi sta a cuore richiamare aspetti che ritengo essenziali per inquadrare l’enciclica del Santo Pontefice, e per coglierne il suo pieno significato, contro tante letture riduttive, contro certe avventate “interpretazioni” che tendono a svuotarne il valore dottrinale e, per certi versi, profetico.
Innanzitutto, è noto che la gestazione dell’enciclica conobbe un iter laborioso, con passaggi tesi e sofferti: gli studi compiuti quest’anno, che hanno trovato un’ottima sintesi nel recente volume di Mons. Gilfredo Marengo, La nascita di un’enciclica, (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2018), mostrano con chiarezza quanto Paolo VI impegnò la sua coscienza e la sua autorità nell’affrontare il tema delicato e allora molto discusso della regolamentazione delle nascite, e della paternità/maternità responsabile, sapendo di assumere una posizione scomoda, contro-corrente, disposto a restare solo, isolato e perfino contraddetto da non pochi vescovi e teologi, pronto a sostenere critiche e contestazioni che, anche in campo intra-ecclesiale, raggiunsero forme vivaci e talvolta poco rispettose.
Basterebbe rileggere i discorsi di San Paolo VI, nelle settimane successive alla pubblicazione dell’enciclica, per rendersi conto della sofferenza del Papa, della sua serena obbedienza alla verità, di cui la Chiesa è custode e interprete, della sua carità apostolica verso coloro che lo criticavano anche aspramente. Mi limito solo a due citazioni che ci restituiscono il dramma vissuto da questo grande Papa e la serenità profonda della sua fede e della sua dedizione nel servizio alla Chiesa:
«Il primo sentimento è stato quello d’una Nostra gravissima responsabilità. Esso Ci ha introdotto e sostenuto nel vivo della questione durante i quattro anni dovuti allo studio e alla elaborazione di questa Enciclica. Vi confideremo che tale sentimento Ci ha fatto anche non poco soffrire spiritualmente. Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del Nostro ufficio. Abbiamo studiato, letto, discusso quanto potevamo; e abbiamo anche molto pregato. (…) Quante volte abbiamo avuto l’impressione di essere quasi soverchiati da questo cumolo di documentazioni, e quante volte, umanamente parlando, abbiamo avvertito l’inadeguatezza della Nostra povera persona al formidabile obbligo apostolico di doverCi pronunciare al riguardo; quante volte abbiamo trepidato davanti al dilemma d’una facile condiscendenza alle opinioni correnti, ovvero d’una sentenza male sopportata dall’odierna società, o che fosse arbitrariamente troppo grave per la vita coniugale!» (Udienza generale, mercoledì 31/07/1968).
«Voi conoscete i commenti alla Nostra ultima Enciclica Humanae Vitae in difesa della trascendenza e della dignità dell’amore, della liberta e della responsabilità degli sposi, e dell’integrità della famiglia: moltissimi commenti sono nobilissimi e favorevoli, altri no: chiediamo al Signore che conforti il Nostro magistero della sua autorità, della sua serenità e della sua bontà. Siano benedetti tutti coloro che lo accolgono; e lo siano pure coloro che lo avversano, affinché la loro coscienza sia illuminata e guidata da rettitudine dottrinale e morale, vera e superiore: li avremo, se non altro, invitati a riflettere su tema di così vitale importanza» (Angelus, domenica 11/08/1968).
Contro chi afferma che il Papa non abbia ripreso, negli anni successivi, i contenuti dell’enciclica, e che non abbia voluto attribuire valore definitivo alle indicazioni espresse, sta la limpida testimonianza di Paolo VI a favore dei valori della vita e della famiglia, in anni segnati da profonde trasformazioni della cultura e della mentalità comune. Nella sua ultima omelia pubblica, pronunciata il 29 giugno 1978, egli volle ripercorrere il suo pontificato, indicando proprio nell’Humanae Vitae uno dei documenti fondamentali: «In questo impegno offerto e sofferto di magistero a servizio e a difesa della verità, noi consideriamo imprescindibile la difesa della vita umana. (…) E noi, che riteniamo nostra precisa consegna l’assoluta fedeltà agli insegnamenti del Concilio medesimo, abbiamo fatto programma del nostro pontificato la difesa della vita, in tutte le forme in cui essa può esser minacciata, turbata o addirittura soppressa. (…) Ma la difesa della vita deve cominciare dalle sorgenti stesse della umana esistenza. È stato questo un grave e chiaro insegnamento del Concilio … Non abbiamo fatto altro che raccogliere questa consegna, quando, dieci anni fa, promanammo l’Enciclica Humanae Vitae: … quel documento è diventato oggi di nuova e più urgente attualità per i vulnera inferti da pubbliche legislazioni alla santità indissolubile del vincolo matrimoniale e alla intangibilità della vita umana fin dal seno materno».
Un secondo elemento che occorre assumere in una corretta interpretazione dell’enciclica di Paolo VI è il rilievo davvero imponente che ha assunto il tema dell’Humanae Vitae nel lungo e ricco magistero di San Giovanni Paolo II, che già da cardinale di Cracovia sostenne l’insegnamento di Paolo VI, e approfondì le ragioni personalistiche che stanno alla base delle indicazioni morali della Chiesa. Anche qui, spiace notare che in certe riletture dell’enciclica, anche su stampa cattolica, si dimentica o si tace volutamente il contributo autorevole di Giovanni Paolo II, addirittura tentando di suggerire una sorta di contrapposizione tra un Paolo VI e un Giovanni Paolo I, più attenti alle dinamiche delle coscienze e alle difficoltà dei coniugi, e un Giovanni Paolo II, più rigido, impegnato a affermare in modo inflessibile la dottrina.
In realtà, anche il cuore di Giovanni Paolo II è stato un cuore di padre e pastore, e nello stesso tempo di autorevole maestro, che ha riproposto incessantemente l’insegnamento della Chiesa sui temi cruciali della sessualità, del matrimonio e della famiglia, dell’apertura alla vita, cercando di offrire nuove motivazioni al cammino richiesto agli sposi.
Rileggere oggi l’enciclica di Paolo VI, comprenderne il valore autorevole e autentico chiede di fare tesoro dell’ampio insegnamento di Giovanni Paolo II, nella logica di uno sviluppo organico del magistero, evitando letture che non colgono la continuità del pensiero e della dottrina della Chiesa.
Infine, oggi appare ancora più chiaro il valore profetico della coraggiosa parola di San Paolo VI, perché la dissociazione tra significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale, che si realizza nelle differenti forme di contraccezione artificiale, trova una sua opposta realizzazione nelle pratiche di fecondazione artificiale, che rischiano di oscurare il carattere di dono, proprio del figlio atteso e cercato, e di sviluppare logiche riproduttive in forme aberranti (la maternità surrogata o “utero in affitto”, le forme più “strane” e libere di fecondazione eterologa, le manipolazioni genetiche, la selezione eugenetica). Se l’Humanae Vitae ha voluto mostrare l’oggettiva gravità morale e umana di un’unione senza concepimento, perseguita in modo artificiale, negli ultimi decenni, mentre si è sviluppata una contraccezione che ha carattere abortivo, ha trovato largo spazio e giustificazione la pratica di un concepimento di nuovi esseri umani, senza unione sessuale dei coniugi, in laboratorio, al termine di processi medici spesso invasivi, con eliminazioni di embrioni in sovrannumero.
È la faccia di una stessa medaglia: la libertà assoluta del soggetto che, non riconoscendo più un senso e una direzione nell’essere, sceglie, di volta in volta, di vivere l’unione senza concepimento, o di realizzare il concepimento senza unione.
Metterci in ascolto oggi dell’Humanae Vitae è riscoprire la verità di una parola, certo non facile ed esigente, eppure davvero a servizio di quell’ecologia della vita e della persona umana, senza la quale l’ecologia ambientale resta monca e ambigua. Grazie e buon convegno a tutti!

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

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