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L'omelia del Vescovo Corrado per le ordinazioni diaconali nel Duomo di Pavia

Mons. Sanguineti ha presieduto, la sera di sabato 20 ottobre, il rito con il quale sono diventati diaconi Filippo Barbieri e Marco Boggio Marzet


Carissimi fratelli e sorelle,
Come Chiesa di Pavia siamo stasera in festa, perché abbiamo la gioia di due nuovi diaconi: due giovani del nostro Seminario, Marco Boggio e Filippo Barbieri, che sono in cammino verso il presbiterato, sono ordinati diaconi e compiono un passo decisivo, assumendo l’impegno del sacro celibato e legandosi alla Chiesa di Pavia, con la promessa d’obbedienza nelle mani del Vescovo. Li vogliamo accompagnare con il nostro affetto e la nostra preghiera, e mentre con loro esprimiamo lode e ringraziamento a Dio per il dono che essi ricevono oggi, chiediamo allo Spirito di muovere altri giovani tra noi a seguire Cristo, con cuore indiviso e lieto, nel ministero sacerdotale, nella consacrazione religiosa, nella vocazione missionaria.
È bello che la vostra ordinazione diaconale, carissimi Marco e Filippo, avvenga in questa domenica in cui la Chiesa universale celebra l’annuale Giornata Missionaria che ha come tema, indicato da Papa Francesco nel suo messaggio, “Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti”. La Chiesa, comunità vivente dei discepoli di Cristo, esiste nel mondo per questo scopo, per portare il Vangelo a tutti, per condividere la lieta e bella notizia di Gesù, volto visibile del Padre, per realizzare quel «dialogo della salvezza», di cui parlava Papa Paolo VI, proclamato santo domenica scorsa, il dialogo tra Cristo e ogni cuore umano.
Ebbene, carissimi amici, anche la vostra vocazione a seguire il Signore, «sommo sacerdote», e il dono di diventare diaconi hanno questo orizzonte, che è l’annuncio e la testimonianza della vita nuova del Vangelo, nella nostra Chiesa pavese, con il cuore spalancato e disponibile al mondo, alle necessità della Chiesa tutta!
 Le letture appena proclamate, proposte dalla liturgia di questa ventinovesima domenica del tempo ordinario, sono particolarmente adatte a illuminare il dono e la presenza dei diaconi, che nella comunità cristiana sono un segno e un richiamo alla dimensione del servizio, essenziale e costitutiva dell’esistenza cristiana. Infatti, sia la prima lettura che il vangelo, in modo differente, ci fanno guardare a Gesù servo di Dio e degli uomini, testimone della nuova logica del Regno.
Nel breve passo d’Isaia, tratto dal quarto canto del servo di Jahvè, s’intravede la misteriosa figura di un servo, chiamato a un destino di sofferenza e di gloria: è un servo prostrato dai dolori, che offrirà se stesso «in sacrificio di riparazione» e che «vedrà una discendenza», vivrà un sacrificio fecondo di vita, un servo giusto e innocente, che renderà giuste le moltitudini degli uomini, addossando su di sé la loro iniquità, i loro peccati, le loro sofferenze. Come i primi cristiani, anche noi riconosciamo nel volto di questo servo umiliato ed esaltato, il volto di Gesù, nella sua passione di dolore e di amore, nella sua risurrezione, nella generazione di un popolo nuovo, di cui anche noi siamo parte.
Carissimi Marco e Filippo, con l’ordinazione diaconale, siete configurati a Cristo servo, siete chiamati a rivivere il suo mistero di donazione e di grazia, e nel vostro ministero di carità, di servizio nella comunità, di annuncio del Vangelo, con la vostra esistenza, voi darete testimonianza che questa è la vocazione di tutti noi, questa è la strada dell’autentico compimento della vita: non il possesso e l’affermazione di sé, non l’inseguimento di piccoli o grandi poteri, non la competizione in ogni aspetto della vita, per primeggiare, per avere rilevanza nel mondo, ma il servizio, il dono quotidiano di sé, a Dio e ai fratelli.
 È la provocazione che Gesù consegna ai suoi discepoli, ai Dodici, e a noi nel vangelo odierno: nella domanda di Giovanni e Giacomo, i due fratelli soprannominati “figli del tuono” forse per l’impetuosità del loro carattere, e nella reazione sdegnata degli altri dieci, traspare una distanza abissale tra Gesù e i suoi. Cristo, ormai in cammino verso Gerusalemme, ha più volte evocato ciò che lo attende nella Città Santa, il rifiuto e la condanna a morte da parte delle autorità giudaiche, ma questa prospettiva sembra qualcosa d’incredibile rispetto all’idea che i Dodici avevano del messia. Chissà come immaginavano l’instaurazione del suo regno, magari sognando posti di guida e di potere per loro, come s’intuisce dalla richiesta dei due fratelli, figli di Zebedèo. Ed è impressionante come Gesù accetti di fare un cammino con questi poveri uomini, ancora così piccoli e meschini nel cuore e nei desideri: non li allontana da sé, se li tiene vicino, e con infinita pazienza, con passione e cura, li educa, mostra loro un modo diverso di guardare e di valutare ciò che conta. Non è sbagliato il desiderio di essere grandi nella vita, di lasciare traccia di sé, di essere, in qualche modo, protagonisti della nostra storia: anzi un cuore vivo, come dovrebbe essere il cuore di un giovane, vibra di questo desiderio. Spero che anche il vostro cuore, carissimi Marco e Filippo, abbia grandi desideri, e non sia un cuore che, passando gli anni, si spegne, si accontenta, si sistema: lo sappiamo, si può essere ministri del Vangelo – diaconi, sacerdoti, vescovi – che si sistemano, che cercano una posizione, una nicchia, un rifugio magari nella struttura della Chiesa!
Non dobbiamo temere la forza e la profondità del desiderio, che costituisce il nostro cuore, e tuttavia Cristo ci mostra in se stesso un capovolgimento paradossale, rispetto alla mentalità del mondo, di ieri e di oggi: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,43-45). In Gesù noi vediamo un Dio che si fa nostro servo, non nostro padrone, e il servizio di Cristo giunge fino all’offerta di sé per noi, per liberare e riscattare noi dalla morte e dal peccato, dall’insensatezza e dall’assurdità della sofferenza.
Ecco la via per essere davvero grandi, protagonisti di una storia nuova: camminare dietro Gesù, farci con lui servi e schiavi di tutti, schiavi nella libertà di chi ama e di chi si dona, scegliere di servire e non di farci servire.
 Carissimi fratelli e sorelle, chi è chiamato a essere diacono, è chiamato a vivere il servizio come forma di vita, e a testimoniare che proprio perdendo la vita, per Gesù e per i fratelli, la vita ci è ridonata, in abbondanza, il cento per uno. Questa è la grazia e il compito che ricevete stasera, carissimi Marco e Filippo, non solo per voi, ma come segno per tutti noi, soprattutto per i vostri coetanei, per i giovani che incontrerete e con i quali potrete fare un tratto di strada insieme.
È la passione ad amare e servire, come Gesù, l’anima della missione della Chiesa, perché il primo servizio è annunciare e testimoniare la gioia e la bellezza della fede, aiutare i nostri fratelli uomini, qui e fino agli estremi confini della terra, a conoscere Cristo, a lasciarsi conquistare dal suo amore. Nel suo messaggio, per questa Giornata Missionaria, Papa Francesco si rivolge in modo particolare ai giovani, in questi giorni in cui si sta svolgendo il Sinodo dei Vescovi su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, e così scrive: «Dalla croce di Gesù impariamo la logica divina dell’offerta di noi stessi (cfr 1 Cor 1,17-25) come annuncio del Vangelo per la vita del mondo (cfr Gv 3,16). Essere infiammati dall’amore di Cristo consuma chi arde e fa crescere, illumina e riscalda chi si ama (cfr 2 Cor 5,14). Gli estremi confini della terra, cari giovani, sono per voi oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano, tutto così vicino ed immediato. Eppure senza il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita. La missione fino agli estremi confini della terra esige il dono di sé stessi nella vocazione donataci da Colui che ci ha posti su questa terra (cfr Lc 9,23-25)».
 Chiediamo al Signore Gesù che, infiammati dall’amore per Lui, possiamo consumarci e ardere, illuminare e riscaldare chi c’incontra: che davvero l’amore di Cristo diventi in noi passione e struggimento per il bene e la salvezza dei nostri fratelli. La grazia dell’ordinazione diaconale penetri nel tessuto della vostra vita, e vi renda testimoni di un modo diverso di concepire e vivere l’esistenza, nel dono lieto e totale di sé a Dio e agli uomini! Amen

+ Mons. Corrado Sanguineti
(Vescovo di Pavia)

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