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L'omelia del Vescovo Corrado per il 530° anniversario della posa della prima pietra del Duomo

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione venerdì 29 giugno nella Cattedrale di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,

 

Distinte autorità civili e militari, in questa celebrazione nella solennità dei Santi apostoli Pietro e Paolo, colonne della Chiesa romana, facciamo memoria di un evento significativo nella storia della nostra Diocesi e della nostra amata città di Pavia: la posa della prima pietra della nuova cattedrale, il 29 giugno 1488, a opera del vescovo di allora, il cardinale Ascanio Sforza, circondato da numerosi arcivescovi e vescovi, da esponenti delle famiglie nobiliari di allora e da grande concorso di popolo. Come spesso accadeva in quel tempo così lontano e differente dal nostro, la costruzione di una cattedrale maestosa e ampia, era avvertita da tutti, autorità e popolo, come segno di grandezza e di prestigio, perché la cattedrale diventava un simbolo dell’intera città. Sappiamo bene che in questa impresa, insieme a un sincero spirito di fede, si mescolavano motivi di potere, in un’epoca nella quale la Chiesa agiva anche come una potenza temporale, e la stessa dignità vescovile era concepita e realizzata con forme mondane. Il vescovo Ascanio Sforza era un tipico vescovo-principe che negli anni divenne titolare di ben tre diocesi (Pavia, Cremona, Novara), percependo le rendite dei vescovadi, ma senza nemmeno ricevere gli ordini sacri! Egli risiedeva a Roma, dove ottenne in seguito il cardinalato e divenne vicecancelliere di Santa Romana Chiesa sotto Papa Alessandro VI, il Papa della famiglia Borgia, eletto in circostanze oscure: molti storici ritengono che la sua elezione sia stata “comprata”, quindi sia stata un’elezione simoniaca. Ovviamente, non è questa la sede per comprendere come si sia arrivati a un tale modo di esercitare l’autorità nella Chiesa, e certamente uno dei grandi meriti del Concilio di Trento sarà proprio quello di restituire la figura autentica del vescovo pastore, che abita nella sua Chiesa e si spende per il suo popolo. Tanto cammino la Chiesa ha fatto e ha ancora da percorrere, per vivere in pienezza il Vangelo del suo Signore, il Pastore che si è fatto servo di tutti. Agnello immolato per tutti. Tuttavia, è proprio vero che la Chiesa non è degli uomini, ma è del Signore, è la Sua Chiesa, come Gesù ha affermato accogliendo la confessione di fede di Simon Pietro nel vangelo proclamato: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16,18). Attraverso le contraddizioni e perfino le miserie degli uomini, è il Signore che la conduce, facendo sorgere del bene anche da realtà e situazioni ambigue o corrotte: quando il vescovo Ascanio pose la prima pietra del nuovo duomo, probabilmente, insieme a un desiderio sincero di rendere culto a Dio, c’era in lui anche la convinzione di dare così lustro alla Diocesi e alla città di Pavia e a lui stesso. Comunque la realizzazione di questa bella cattedrale, che conobbe una lunga storia di successivi interventi e abbellimenti, si è rivelata un dono per la città, per la comunità ecclesiale e civile di Pavia, e sotto le volte di questo duomo, con la sua imponente cupola, il popolo di Dio ha pregato, ha gioito, ha fatto salire al cielo la lode e la supplica. Se queste mura potessero parlare, ci racconterebbero una lunga storia di un popolo di credenti, che radunati nelle grandi solennità, o raccolti nella loro solitaria e silenziosa preghiera, hanno aperto il cuore a Dio, hanno attinto luce e conforto nelle prove della vita, hanno alimentato la loro fede nella partecipazione ai divini misteri e nell’ascolto della Parola. Si tratta di una storia presente che continua, perché anche nella Pavia di oggi, così diversa dalla Pavia della fine del Quattrocento, c’è una comunità cristiana, vi sono uomini e donne che continuano a professare e a vivere la fede in Cristo, la fede che Simon Pietro per primo confessò, rispondendo alla domanda diretta di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Questa sera, mentre veneriamo la grande testimonianza offerta dagli apostoli Pietro e Paolo, associati nel martirio di sangue, fedeli fino alla fine a Cristo Signore, vogliamo rinnovare la nostra fede in Gesù che non è uno dei tanti maestri o geni religiosi dell’umanità, ma è il Cristo, il Messia, il consacrato e inviato del Padre, il Figlio del Dio vivente. Facciamo nostra le bella professione di fede che Pietro oggi, nella persona del suo successore sulla cattedra di Roma, il nostro amato Papa Francesco, ha proclamato: «Gesù è il Figlio di Dio: perciò è perennemente vivo Lui come è eternamente vivo il Padre suo. E’ questa la novità che la grazia accende nel cuore di chi si apre al mistero di Gesù: la certezza non matematica, ma ancora più forte, interiore, di aver incontrato la Sorgente della Vita, la Vita stessa fatta carne, visibile e tangibile in mezzo a noi» (Francesco, Omelia nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, Roma, 29/06/2018). La chiesa cattedrale, che custodisce la cattedra del Vescovo, accanto alle spoglie di San Siro, primo pastore della nostra diocesi, è e rimane un luogo vivo, non diventa un “museo” del passato, solo se c’è un popolo cristiano che vive la bellezza e la gioia della fede, e che qui si raccoglie, intorno al suo Vescovo, nella realtà multiforme di una Chiesa locale con il suo presbiterio, le persone consacrate, i fedeli laici di ogni età e condizione. Perciò è essenziale che questa nostra cattedrale sia sempre più amata, conosciuta, frequentata, che ritorni a essere una casa di Dio e del suo popolo, che sia un simbolo dell’intera città, della sua storia così profondamente segnata dal cristianesimo, un simbolo da custodire e da onorare, imparando a rispettare e circondare di affetto queste mura, questa piazza, che dovrebbe essere molto di più cuore pulsante della nostra città! Celebrare oggi i 530 anni della posa della prima pietra, vivere un anno speciale dedicato al nostro duomo e alla sua piazza che ne rappresenta l’ideale prolungamento, acquista così un valore per tutti, credenti e non credenti: come discepoli del Signore, siamo chiamati a ritrovarci in questo luogo, nella preghiera liturgica o personale, pubblica o segreta, per riscoprire il nostro essere Chiesa, costituita di noi battezzati, pietre vive che si lasciano edificare dallo Spirito in tempio del Signore, comunità diocesana che, nella ricchezza dei doni di ciascuno, cresce nella comunione e nella testimonianza a Cristo, sotto la guida paterna del Vescovo, coadiuvato dai presbiteri, suoi collaboratori e confratelli nel ministero, al servizio del popolo fedele di Dio. Ma la memoria dei 530 anni di vita del Duomo racchiude un messaggio per tutti i pavesi, in modo particolare per i membri dell’amministrazione comunale, per tutte le autorità civili e militari – che ringrazio per la loro presenza e per la disponibilità a collaborare nel Comitato costituito per la celebrazione di quest’anno, sotto il coordinamento attivo della Prof.ssa Renata Crotti – per le diverse espressioni della vita sociale, culturale ed economica della nostra città, per tutti coloro che hanno a cuore Pavia, che ha un grande passato e può avere ancora un futuro degno della sua storia! Tutti, secondo le differenti competenze, responsabilità e risorse, dovremmo sentirci impegnati per riqualificare i luoghi che sono come la cornice del nostro Duomo, soprattutto la piazza, naturale luogo d’incontro e di vita. Sappiamo come in questa zona adiacente alla Cattedrale, vi siano purtroppo episodi e pratiche di “mala movida”, segno di diseducazione e di disaffezione a questo luogo: ecco, dovremmo operare tutti perché il Duomo con la sua piazza sia davvero un cuore bello e vivo di Pavia, non solo attuare un controllo, più severo delle elementari norme di comportamento, ma soprattutto promuovere iniziative dignitose e creative, che possano riconsegnare la piazza alla gente, alle famiglie! L’anniversario che oggi celebriamo è un’occasione offerta a tutta la comunità ecclesiale e civile: noi, come Chiesa che è in Pavia, cercheremo di fare la nostra parte, con il desiderio non di coltivare un prestigio mondano di tempi passati, ma di rendere sempre più la cattedrale una dimora per tutti. Perché sia uno spazio che, nella sua bellezza e armonia, apra il cuore a Dio, somma bellezza, e inviti ogni persona a lasciarsi toccare e sfidare dalla domanda provocante di Gesù: «Ma tu chi dici che io sia?». Che a tutti noi sia donata dal Padre la grazia di fare nostra, con il cuore e con la vita, la confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Amen.

 

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


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