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L'omelia del Vescovo Corrado per gli anniversari di ordinazione di cinque sacerdoti pavesi

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione venerdì 22 giugno nel Duomo di Pavia


Carissimi confratelli,

 

carissimi fratelli e sorelle qui convenuti,

Questa sera accompagniamo con la nostra preghiera grata e affettuosa alcuni presbiteri della Diocesi che celebrano quest’anno il loro 50° di sacerdozio: Don Siro Longhi, ordinato il 24 marzo 1968 insieme a Sua Eccellenza Mons. Carlo Maria Viganò, nunzio apostolico emerito presso gli Stati Uniti – non ha potuto essere presente, ma è unito a noi nella comune preghiera - Don Ernesto Maggi, Don Bruno Malcovati, Don Gabriele Pelosi, che ricevettero la sacra ordinazione proprio oggi, il 22 giugno 1968. Possiamo immaginare quanti ricordi e sentimenti si affollano nella vostra mente, cari confratelli, quanta gratitudine sentite crescere nel vostro cuore, per il bene ricevuto e trasmesso nel ministero sacerdotale, insieme a un senso profondo di indegnità e di umiltà per le imperfezioni, le mancanze, le omissioni, i peccati che rendono tutti noi pastori, sempre coscienti dell’immeritata predilezione di Gesù e della distanza tra il dono immenso di essere presbiteri e la nostra umana miseria. Le letture che la liturgia ci propone potrebbero, a prima vista, sembrare poco adatte a illuminare la nostra celebrazione, ma in realtà, se proviamo a metterci davvero in ascolto della Parola proclamata, possiamo cogliere un messaggio per noi, e per voi, carissimi festeggiati. La prima lettura ci ha descritto una serie di eventi, in uno sfondo oscuro e violento: siamo nel regno di Giuda nel IX secolo a.C., e dopo la morte del re Acazìa, ucciso da re d’Israele Ieu, la madre Atalìa, accecata dalla bramosia del potere, giunge a sterminare la discendenza del re, diventando regina del regno. Ma viene messo in salvo il piccolo Ioas, unico figlio superstite di Acazìa, che per sei anni rimane nascosto in una zona del tempio. Finché il sommo sacerdote Ioiadà fornisce le armi appartenenti al re Davide e custodite nel tempio, a truppe scelte e con il loro appoggio Ioas è proclamato re legittimo sul trono di Giuda, mentre Atalìa, che aveva iniquamente occupato il trono, è uccisa, e sotto la guida del sommo sacerdote, è distrutto il tempio di Baal, con la morte del sacerdote di Baal e la rinnovata alleanza tra il Signore e il suo popolo. È una storia di sopraffazione e di conquista ingiusta del potere, nella quale, alla fine, pur con mezzi violenti, è riportata la giustizia ed è ristabilita l’alleanza, ferita dell’idolatria e dal culto di Baal. Il brano di Vangelo, tratto dal discorso della montagna, sembra contrapporsi alla pagina della prima lettura, perché Gesù invita i suoi discepoli a seguire una logica nuova, alternativa alla mentalità mondana che cerca il possesso, l’accumulo dei beni, il prestigio del potere: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-21). Il contrasto è totale: Atalìa rappresenta la persona che, pur di avere il potere, pur di accumulare beni sulla terra, giunge a dare la morte a chi è visto come ostacolo al suo progetto, mentre il discepolo di Cristo è colui che ha scoperto dove sta il vero tesoro della vita, e si preoccupa di “accumulare” i beni incorruttibili del cielo, vivendo nell’amore, imparando a usare le cose, senza divenirne schiavo, e a servire le persone, senza assoggettarle ai propri desideri, senza esercitare forme di possesso o di violenza, più o meno esplicita. Papa Francesco, facendo eco agli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio, ama mettere a confronto queste due logiche opposte: una appartiene al falso “signore” della vita, al Nemico che vuole condurci sulla via della menzogna e del male, l’altra è quella vissuta e proposta da Cristo, il re eterno, il Signore che ci chiama alla libertà e alla fecondità del vero amore. Nella prima via, si diventa cultori e schiavi del possesso (in tutte le forme), della vanità e dell’apparenza, della superbia come eccessiva stima di sé e come senso di superiorità e di competizione; nella via che Cristo spalanca al nostro cuore, si cresce nella letizia della povertà, come libertà e distacco dalle cose, nella disponibilità a vivere l’umiliazione e il nascondimento, e nell’umiltà di chi sa di essere creatura sotto lo sguardo amante del Padre. Ricchi del Signore, pieni della gioia che Lui dona alla nostra vita, non abbiamo più bisogno di cercare altrove la nostra consistenza, ritrovandoci a essere schiavi degli idoli di sempre: il potere, il piacere, l’avere. Ora, carissimi amici, questa è la scelta che si pone di fronte a noi, ogni giorno, anche a noi pastori e guide del popolo cristiano, vescovi e presbiteri: celebrare oggi cinquant’anni di sacerdozio, cari confratelli, è innanzitutto occasione di esprimere la gioia di essere amici e discepoli di Gesù, in modo singolare, avendo offerto a lui e alla sua Chiesa la vostra esistenza, di rinnovare il desiderio vivo e ardente di seguire lui, il Signore e il Maestro, sulla via percorsa da Cristo stesso, la via della povertà, dell’umiliazione e dell’umiltà, la via che conduce alla vera vita, alla fecondità del cuore, ai tesori in cielo, che nessuno può rubare e che non conoscono l’usura del tempo. Siamo preti per Lui e per la gente, chiamati a incarnare e a testimoniare la bellezza di una vita consumata nell’amore, nel servizio insostituibile che, come sacerdoti, avete reso e continuate a rendere nel popolo di Dio: il servizio della preghiera d’intercessione e della celebrazione dei sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia e della Penitenza, il servizio della Parola nella predicazione, nella catechesi e nell’accompagnamento spirituale delle persone, il servizio della cura delle comunità e della dedizione ai poveri, ai sofferenti, ai fratelli feriti o provati dalla vita. Carissimi confratelli che oggi rivivete nella memoria la grazia della vostra ordinazione, mentre elevate a Dio la preghiera di lode e di ringraziamento per il cammino di questi cinquant’anni, mentre invocate dal Padre delle misericordie perdono e pietà per le vostre mancanze, affidate a Lui la vostra vita e il vostro ministero, con il desiderio di essere sempre più fedeli al dono del sacerdozio e di poter offrire una testimonianza bella e trasparente che possa parlare al cuore di altri giovani e possa suscitare nuove vocazioni per il Regno e per il Vangelo. Custodite la luce di Cristo in voi, perché possa splendere attraverso di voi! Le parole finali del Vangelo di stasera diventano per tutti noi un richiamo potente ad aver cura di quella luce interiore, che è la luce del cuore, della retta e pura coscienza, perché se il nostro sguardo interiore si offusca, se perde la trasparenza del bene, allora tutto diventa buio in noi: «La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (Mt 6,22-23). Se l’occhio è semplice, se non è inquinato da intenzioni e desideri cattivi, allora tutto il corpo, la nostra persona, è luminosa, irradia luce; ma se l’occhio del corpo e del cuore è cattivo, se insegue gli idoli dell’apparenza, del potere, del possesso, allora tutta la nostra persona diventa tenebrosa. Se la luce che è in noi – la luce della coscienza aperta a Dio – è tenebra, se si oscura questa luce, tutto diventa tenebra! Carissimi fratelli e sorelle, cari confratelli che celebrate il vostro Giubileo sacerdotale, accogliamo queste parole di Cristo, lasciamo che penetrino in noi, e chiediamo al Signore di fare crescere in noi la luce, la luce della verità e del bene, la luce dello Spirito che dimora nel nostro cuore, per poter essere figli della luce, testimoni della luce! Come cristiani, come discepoli di Gesù che hanno scoperto il tesoro della vita, come presbiteri, come uomini consacrati e segnati, per agire “in persona Christi”: tutti noi, membri del popolo di Dio, figli della Santa Madre Chiesa, siamo chiamati a essere santi in Colui che è Santo, umili e appassionati servitori di Cristo! Nella consapevolezza della nostra umana povertà, ci affidiamo questa sera a Maria, la Madre della Chiesa, la Madre del nostro sacerdozio, la Vergine tutta santa: prendici per mano, o Madre, custodisci in noi la luce di Cristo, rendici testimoni fedeli e trasparenti del suo Vangelo. Amen!

 

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


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