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L'omelia del Vescovo Corrado alla Veglia di Pentecoste

Mons. Sanguineti ha presieduto il rito sabato 19 maggio nel Duomo di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,
la veglia di preghiera che stiamo vivendo, come Chiesa di Pavia, è una grande e ardente invocazione allo Spirito Santo, soffio potente di vita e sorgente di ogni dono e carisma nella comunità dei credenti.
La Pentecoste nella liturgia cristiana è diventata la festa dello Spirito e della Chiesa nascente: nel cenacolo di Gerusalemme, gli apostoli raccolti in preghiera con Maria, la madre di Gesù e con le donne, che avevano seguito il Maestro dalla Galilea, prime testimoni della risurrezione, costituiscono la Chiesa che nasce e si manifesta al mondo. Sappiamo che nei giorni dopo la passione e la morte di Cristo, i discepoli stavano dentro quella sala, con le porte chiuse, per timore dei Giudei, e nonostante la gioia e lo stupore di aver rivisto e incontrato il Signore risorto, erano ancora incerti e turbati dagli eventi vissuti. Ora, secondo la parola di Gesù, i discepoli e le donne erano rimasti insieme, in attesa dello Spirito: «Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto» (Lc 24,49). E finalmente, al compiersi della Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, lo Spirito è disceso su di loro, nel segno del vento potente e delle lingue di fuoco, come in una nuova teofania del Sinai, e subito le porte del cenacolo si sono aperte, i discepoli hanno cominciato a uscire e a proclamare le grandi opere di Dio, nelle diverse lingue dei pellegrini presenti a Gerusalemme: molte lingue per un solo annuncio, di cui si è fatto portavoce Pietro, testimoniando a tutti l’avvenimento della nuova vita di Cristo risorto e invitando i presenti alla conversione e al battesimo. Nota San Luca: «Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone» (At 2,41).
Ecco, carissimi amici, la Chiesa nasce a Pentecoste, e nasce, potremmo dire, non come un “infante” che non sa ancora parlare, ma come una persona già matura, capace di testimonianza, capace di generare vita, di essere feconda: questa è l’opera dello Spirito, che trasforma i cuori dei primi discepoli e suscita un impeto di comunicazione, un fervore di vita, una passione che contagia e attrae nuovi credenti. Davvero la Pentecoste è la “cresima” della comunità apostolica, è l’unzione dello Spirito che dà vita e movimento al corpo ecclesiale, fin dai suoi inizi.
In questo anno pastorale, abbiamo cercato di fissare la nostra attenzione sull’«essere Chiesa oggi», secondo il titolo della mia lettera dello scorso settembre, e di riscoprire la grazia e la bellezza di essere comunità cristiana: è questa infatti la prima e fondamentale via dell’incontro con il Signore risorto e vivo. Per tutti noi, Cristo diviene una presenza familiare e amica attraverso l’umile concretezza della vita ecclesiale, nel cammino delle nostre parrocchie, associazioni e movimenti: sono tutte forme di “essere Chiesa”, forme in cui si realizza la Chiesa, nella storia, nella nostra storia di persone e di comunità.
Ora, sappiamo che il volto della nostra Chiesa pavese riflette non solo un passato che ci precede, carico di ricchezze e di limpide testimonianze al Vangelo, e allo stesso tempo di limiti e di ombre, ma anche il presente del cammino che stiamo percorrendo. È un cammino dove non mancano segni belli di una fede capace ancora oggi di toccare e di plasmare l’esistenza delle persone, di generare opere di carità e di servizio, di essere una proposta originale di vita e di speranza. Tuttavia non possiamo nasconderci le fatiche, la stanchezza che insidia il vissuto quotidiano, la tentazione di adagiarci su forme e modi di vivere l’esistenza cristiana, senza osare passi nuovi, senza rischiare gesti di annuncio e di testimonianza che possano parlare alla vita della gente, delle persone.
Il dover riconoscere che siamo “minoranza” nella società, rispetto alla mentalità dominante, infatti, può avere un differente e opposto esito: può generare una sorta di “rassegnazione” davanti al fatto che la fede cristiana oggi, almeno secondo ciò che appare, risulti lontana o estranea a tanti, soprattutto giovani e adolescenti; allora ci si contenta di gestire l’ordinario, o ci si rinchiude in una “cittadella fortificata”, pronti a vedere “nemici” intorno a noi, o, al contrario, si rinuncia a proporre una chiara esperienza di vita cristiana e di fede, limitandosi a generici valori di solidarietà, di pace, di rispetto del creato, quasi avendo “vergogna” o esitazione nel proporre la chiara testimonianza a Cristo. In realtà si tratta di valori ovviamente preziosi che, pur avendo una loro consistenza naturale, sono il frutto di una tradizione cristiana, di un “sentire” generato dalla fede: tanto è vero che, venendo meno una coscienza di fede in molti nostri contemporanei, si offusca la percezione immediata di questi valori e di certe evidenze morali. Appunto perché sono frutti e germogli dell’umanesimo cristiano, e oggi corriamo il rischio di preoccuparci dei “frutti”, senza curare innanzitutto le radici che li nutrono: e la radice più profonda è la fede come relazione viva e reale con il Signore nella concreta e storica appartenenza alla comunità credente. In questo orizzonte talvolta, come cristiani, rinunciamo a offrire, nel dialogo sociale e culturale, l’originale giudizio su vicende e questioni nelle quali è sempre più in gioco l’immagine di uomo e di vita che abbiamo.
Può, invece, accadere che l’essere “minoranza” sia una bella provocazione per la nostra fede, un’occasione di riprendere coscienza del dono imparagonabile che è l’avvenimento di Cristo, un risveglio in noi della passione di comunicare e di testimoniare a chi incontriamo e incrociamo nelle nostre giornate quell’umanità nuova, carica di letizia e d’intensità, di tenerezza e di verità, che la fede vissuta e alimentata rende possibile, per grazia, in noi.
I primi cristiani erano una “minoranza” irrilevante agli occhi della grande storia, eppure, da subito, sono stati protagonisti di una testimonianza e di un annuncio che niente è riuscito a fermare! Lo Spirito, come fuoco che arde, ha fatto crescere in loro un amore al Signore vivente, un entusiasmo per Gesù e per il suo Vangelo, una lieta sicurezza che li ha resi testimoni di un modo nuovo di vivere e di affrontare le esperienze umane fondamentali (i rapporti nel segno del perdono e della gratuità, la vita matrimoniale e familiare, la dignità del lavoro, l’attenzione ai poveri e ai sofferenti, l’accoglienza della vita nascente, anche quella scartata, perché imperfetta – come accade oggi - lo sguardo diverso sul dolore e sulla morte). Carissimi amici, il segreto della Chiesa e della sua inesauribile ripresa, in ogni passaggio critico della sua storia e del suo cammino, è lo Spirito Santo, presenza ineffabile eppure reale, che si mostra all’opera nel corpo vivo di Cristo, quel corpo che noi tutti formiamo e di cui siamo membra: è lo Spirito che ci può rendere davvero “Chiesa in uscita”, come nella prima Pentecoste.Questa sera, con fiducia, invochiamo lo Spirito, perché possa ridestare in noi l’entusiasmo della fede e il desiderio di rendere testimonianza a Cristo, con tutta la nostra vita. Invochiamo lo Spirito perché la nostra Chiesa di Pavia sappia percorrere le vie indicate dal Papa alla Chiesa italiana, per realizzare nelle nostre comunità l’afflato e la ricchezza dell’Evangelii gaudium: una Chiesa che esce da sé, non per girare a vuoto, ma per annunciare la novità di Gesù e per abitare la vita quotidiana delle persone, una Chiesa che viva la passione di educare i bambini, gli adolescenti e i giovani alla vita buona del Vangelo e all’amicizia con Gesù Cristo, unica presenza capace di colmare la sete di felicità e di bellezza che è nel cuore di ognuno, una Chiesa che possa far trasparire una vita trasfigurata dallo Spirito, capace di trasfigurare ogni condizione d’esistenza.
Il beato Papa Paolo VI, grande cantore dello Spirito, e prossimo Santo, così affermava in una delle sue udienze generali: «La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo. (…) Uomini vivi, voi giovani, e voi anime consacrate, voi fratelli nel sacerdozio, ci ascoltate? Di questo ha bisogno la Chiesa. Ha bisogno dello Spirito Santo. Dello Spirito Santo in noi, in ciascuno di noi, e in noi tutti insieme, in noi-Chiesa» (Udienza generale, mercoledì 29/11/1972).
Con questa consapevolezza, proseguiamo la nostra veglia, e chiediamo a Maria, Sposa e tempio dello Spirito, di sostenere la nostra povera preghiera e di renderci docili e aperti all’opera del Paràclito in noi! Amen.

  + Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

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