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L'omelia del Vescovo Corrado per la festa di S. Riccardo Pampuri

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione martedì 1 maggio a Trivolzio


Carissimi fratelli e sorelle,

 

È bello che la mia Visita Pastorale alle comunità che formano l’Unità pastorale “San Riccardo Pampuri” (Trivolzio – Trovo – Torrino – Papiago) avvenga nella settimana in cui celebriamo a Trivolzio la solenne festa di San Riccardo, nato qui il 2 agosto 1897, battezzato in questa chiesa con i nomi di Erminio e Flippo. Oggi 1° maggio è il giorno della sua morte, avvenuta il 1° maggio 1930, a Milano: per la Chiesa è il suo "dies natalis", il giorno della nascita alla vita piena ed eterna del cielo! Da allora Erminio Pampuri, divenuto fra Riccardo dell’Ordine dei Fatebenefratelli nell’ultimo periodo della sua vita, dall’ottobre 1927 fino alla morte, è diventato una presenza discreta e familiare nella vita di tanti: innanzitutto dei suoi confratelli dell’Ordine fondato da San Giovanni di Dio, presenti a Trivolzio nella casa per anziani che porta il nome del nostro Santo. Ringrazio i fratelli del suo Ordine che partecipano alla nostra celebrazione. San Riccardo è divenuto poi presenza familiare nella vita di chi lo aveva conosciuto, a Torrino, negli anni della sua infanzia, qui a Trivolzio, a Pavia, dove si era laureato in medicina nel 1921 ed era stato un convinto animatore del circolo degli universitari cattolici “Severino Boezio”, a Morimondo, dove per sei anni svolse con passione e con cura la sua professione di medico condotto, incarnando davvero la figura del “buon samaritano”. È stato un medico serio, preparato, che non ha inseguito progetti di carriera, ma si è speso per la gente umile, a volte in gravi ristrettezze economiche, nelle cascine della zona di Morimondo. Per tutti il “dottorino” diventò un volto amico, da cui trasparivano la letizia di un cuore innamorato di Gesù e un’ardente carità che lo portava a donarsi e a consumarsi per gli altri: benché avesse una costituzione fisica gracile, minata dalla pleurite contratta durante gli anni della prima guerra mondiale, non si risparmiava per i suoi malati, nei quali vedeva il volto e la carne di Cristo sofferente. Spesso dava loro gratuitamente medicine, denaro, viveri, coperte, indumenti, li visitava anche più volte al giorno, e quando era necessario, passava la notte al loro capezzale, per accompagnarli nel passaggio alla vita eterna. In questo modo, il giovane medico Erminio Pampuri realizzava uno dei propositi che aveva espresso con queste parole: «Voglio servirti, o mio Dio, per l’avvenire con perseveranza ed amore sommo: nei malati tuoi prediletti, dammi la grazia di servirli come servirei Te». Una particolare predilezione nel suo servizio di medico era quella per i bambini, allora numerosi nelle famiglie delle nostre cascine, era per lui naturale unire la memoria di Gesù, il Dio fatto bambino, alla trepidante cura per i piccoli. Così scriveva in una lettera alla sua sorella Suor Longina: «Per me poi dovrebbe tornare ancora più facile pensare sempre a Lui (Gesù bambino), potendo per mia professione vederne riflessa la infinita bellezza e bontà attraverso le grandi pupille ingenue di tanti piccoli e graziosi innocenti» (lettera del 8 dicembre 1926). Quanto abbiamo bisogno di imparare uno sguardo così, carico di tremore e di venerazione, davanti ai fratelli che soffrono, ai malati, agli anziani, e soprattutto ai bambini, che nel nostro mondo, da una parte sono vezzeggiati e idealizzati nella pubblicità e nello spettacolo, dall’altra sono i soggetti più deboli, ai quali è impedito perfino di nascere, se ritenuti affetti da gravi patologie e perciò condannati all’infelicità. Bambini che sono vittime di sfruttamento e d’indegna mercificazione – e non solo nelle aree più povere del mondo – oppure ridotti a essere oggetto di un “diritto” da parte dei grandi, o a essere esposti a messaggi e immagini che rischiano di offuscare il loro sguardo puro e aperto, e di sfigurare le loro anime. La recente e drammatica vicenda del piccolo Alfie Evans, in Inghilterra, la cui vita è stata considerata “futile”, “inutile” e pertanto non meritevole di cure essenziali, dovrebbe destare la coscienza di tutti, davanti a un potere giudiziario e medico che sta smarrendo il senso dell’esistenza umana, anche quella segnata da gravi fragilità, se mai ancora più bisognosa di attenzioni! Riccardo Pampuri, prima come medico condotto e poi come frate infermiere nell’Ordine dei Fatebenefratelli, dalla profondità e intensità della sua fede cristiana, che trovava respiro e alimento nella preghiera, nell’adorazione eucaristica, nell’affidamento alla Madonna, ha attinto e ha realizzato un’umanità bella, pura, vibrante di tenerezza e di compassione, capace di spendersi in un servizio umile, reso grande per l’amore a Cristo, a Dio, che animava ogni suo gesto. Sta qui il cuore della sua santità, così quotidiana e nello stesso tempo, così eroica: «Sarò fedele al Signore in tutte le occasioni e circostanze delle quali è intessuta la vita di ogni giorno: farò le piccole cose con grande amore». Riecheggiando una celebre espressione di San Giovanni  Paolo II, davvero San Riccardo ha saputo rendere eroico il quotidiano e il quotidiano eroico, e in questo modo, senza fare nulla di “grandioso” o di eccezionale, aderendo, giorno dopo giorno, a ciò che il Signore gli chiedeva nella realtà, nella sua professione, nelle relazioni che viveva, ha portato a pienezza il suo battesimo, è diventato santo. Una santità a portata di tutti, una santità semplice, anche se non facile, perché ha chiesto a lui, come chiede a noi, una decisione del cuore, da rinnovare ogni giorno, e una lotta, un vero combattimento spirituale contro il peccato, la menzogna, la dimenticanza di Cristo nelle nostre giornate. Così chi scopre San Riccardo, incontra un amico e diventa facile rivolgersi a lui, con la stessa familiarità e fiducia, con cui noi ci rivolgiamo a una presenza reale, amica, di cui ci fidiamo: che impressione leggere le preghiere che i tanti pellegrini scrivono sui quaderni qui in chiesa, c’è la vita concreta delle persone e delle famiglie, con le loro gioie e i loro dolori, con le loro luci e le loro ombre, con il peccato e la ripresa, il cadere e il rialzarsi. Davvero, San Riccardo è «un santo della porta accanto», un testimone di una santità accessibile e che tutti noi siamo chiamati a riconoscere e a vivere: «Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”» (Francesco, "Gaudete et exsultate", 7). Così, San Riccardo è un amico e un testimone, da guardare: coltiviamo questa bella amicizia con lui, facciamolo conoscere ai nostri amici, alle persone che ci sono care, a chi vive un tempo di prova. Come testimone, Riccardo non arresta il nostro sguardo a lui, ma ci porta a Cristo, perché, senza Gesù, una vita, un’umanità come quella di Erminio Pampuri, non sarebbe possibile. Quando Pietro e Giovanni hanno incontrato il paralitico alla Porta Bella del tempio, gli hanno detto: «Guarda verso di noi» (At 3,4). E quando quell’uomo ha rivolto lo sguardo, sperando di ricevere qualcosa in elemosina, si è sentito dire: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!» (At 3,6). Ecco l’opera del santo, come testimone: a noi che ci avviciniamo a lui, magari chiedendo grazie molto personali e dando voce a bisogni reali, San Riccardo ci ripete: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!». Perché ciò che è essenziale, non è ottenere tutti i favori e le grazie che domandiamo, ma essere riconfortati da un amico, che, nel nome di Cristo, nella potenza del nome di Gesù, ci rialza e ci permette di rimetterci in cammino. Questa è la grazia delle grazie che oggi chiediamo, per noi e per tutte le persone che si affidano alla nostra povera preghiera! Amen

 
+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

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