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L'omelia del Vescovo Corrado per il solenne pontificale di Pasqua

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione domenica 1 aprile nella Cattedrale di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle!
Abbiamo ascoltato l’invito di San Paolo ai cristiani di Corinto: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1Cor 5,7-8). Quando l’apostolo scrive questa lettera – siamo tra il 54 e il 58 d.C. – esisteva già una festa cristiana della Pasqua, dove si celebrava Cristo come la vera Pasqua, il vero Agnello, immolato: un’immolazione che si era compiuta sulla croce e che si era rivelata nella sua potenza di vittoria e di liberazione dal male, dal peccato e dalla morte nella risurrezione, nel mistero dell’Agnello ormai vivente e vincitore.
Dunque, carissimi fratelli e sorelle, da duemila anni, la Chiesa, nata dalla testimonianza degli apostoli, celebra la Pasqua come mistero di sofferenza e di gloria, di morte e di risurrezione, mistero che abbiamo rivissuto in questi santi giorni del Triduo Pasquale. Così pregheremo con le parole dell’antico prefazio di Pasqua: «È veramente cosa buona e giusta … esaltarti in questo giorno nel quale Cristo, nostra Pasqua, si è immolato. È lui il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita».
Anche la Sequenza Pasquale Victmae pascháli laudes, appena cantata, ci ha ricordato questo mistero che è il cuore della solennità pasquale cristiana:
 «Alla vittima pasquale
 s’innalzi oggi il sacrificio di lode.
 L’Agnello ha redento il suo gregge,
l’Innocente ha riconciliato
noi peccatori col Padre.
Morte e Vita si sono affrontate
in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto;
ma ora, vivo, trionfa». 
 Morte e vita sono due facce dello stesso mistero, e sono anche le due grandi realtà che segnano l’esperienza umana, e che si contendono, in certo modo, l’ultima parola sull’esistenza: che cosa siamo, infatti, come esseri finiti e mortali? Il nostro esistere nel tempo, è solo una strana e incomprensibile parentesi tra il nulla che ci precede e il nulla verso cui ritorneremo? Il passare inesorabile dei giorni è solo un «esserci per la morte» (M. Heidegger), per riprendere le parole di un grande filosofo del Novecento? E l’uomo è condannato a essere una «passione inutile» (J. P Sartre), a portare in sé una sete di vita per la quale non esiste nessuna “acqua” in grado di saziare questa sete, a essere abitato e inquietato da una domanda di significato e di totalità, per la quale non si dà risposta?
Ora, la vicenda terrena di Gesù di Nazaret, agli occhi degli uomini, aveva avuto il suo epilogo tragico con la morte in croce, e tutto sembrava finito con quella pietra che aveva chiuso il sepolcro dov’era stato deposto il suo corpo senza vita. Pietro nella prima lettura, nel suo annuncio al centurione Cornelio, richiama ciò che è accaduto a Gerusalemme, e parla dell’opera degli uomini: «Essi lo uccisero appendendolo a una croce» (At 10,39); Maria di Màgdala si reca «al sepolcro di mattino, quando era ancora buio» (Gv 20,1), per una visita e un gesto di affetto al Maestro defunto, che non è più. Ai suoi occhi tutto è finito con la morte nel buio di quella tomba, tanto che quando vede la pietra tolta dall’ingresso del sepolcro, pensa solo a una possibilità, che qualcuno abbia trafugato il corpo di Gesù e lei non abbia nemmeno la consolazione di poter piangere presso la salma del suo amato maestro. Sarà questo l’annuncio che recherà a Simon Pietro e all’altro discepolo più giovane, che è lo stesso Giovanni: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» (Gv 20,2).
È qui che accade l’evento inatteso e inimmaginabile, l’opera di Dio che si dichiara dalla parte di Gesù, il suo Figlio amato: «Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10, 40-41). Questo è l’annuncio di Pietro, questa è la testimonianza sulla quale si edifica la fede della Chiesa, la nostra fede nel Risorto!
Tanto era reale e profonda l’unione di Cristo con il Padre, con Colui che è Vita e Amore, che non poteva restare prigioniero della morte e della corruzione. L’essere totale di Gesù, che comprende la sua corporeità, non è stato abbandonato alle forze disgregatrici della morte, il suo corpo, che aveva così profondamente sofferto nelle ore della passione, non ha conosciuto il disfacimento della morte, non è marcito in un sepolcro: anzi un luogo di morte è diventato il primo segno di questa vita nuova, di questa vittoria che apre a noi il varco alla speranza.Così prosegue la Sequenza pasquale, in un dialogo con Maria di Màgdala, la prima discepola che avrà la gioia di vedere il Signore risorto, di sentirsi chiamare per nome, e sarà la prima a recare il lieto annuncio, l’autentico “evangelo” agli altri discepoli ancora timorosi e incerti:
«Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea».
Il sepolcro aperto e vuoto, i teli posati per terra, che avvolgevano il corpo di Gesù morto, sono i primi segni che indicano il mistero che si è compiuto: mistero che va oltre la nostra immaginazione e comprensione, e che chiede di essere accolto nella libertà della fede, e tuttavia è un evento reale che ha lasciato tracce di sé nella storia. E non si tratta solo della storia di ieri, delle manifestazioni del Signore nuovamente vivo ai suoi discepoli, divenuti i testimoni della risurrezione. È storia anche di oggi, perché non mancano i segni della risurrezione di Cristo, in tante esistenze che riprendono a vivere e a rifiorire per l’incontro con dei testimoni viventi oggi, per il dono di uomini e donne che fanno trasparire nella loro esistenza e nel loro volto una Presenza così viva e reale, che è capace di trasfigurare e di suscitare una nuova storia dentro le fatiche, le oscurità e le contraddizioni della vita.
 Proprio riconoscendo questi segni di risurrezione, a volte timidi e fragili, a volte più sostanziali e sicuri, e guardando a chi per noi si offre come testimone del Risorto – ai santi di ieri e di oggi che non mancano mai nel cammino della Chiesa – possiamo fare nostre le parole conclusive della Sequenza pasquale, parole cariche di certezza e insieme di umile domanda al Signore:
« Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi» Amen!
 
 
+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

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