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L'omelia del Vescovo Corrado per la S. Messa "In Coena Domini"

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione nel pomeriggio di giovedì 29 marzo nella Cattedrale di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,

In questa celebrazione, che apre il Triduo Pasquale della morte, sepoltura e risurrezione del Signore, noi riviviamo il gesto dell’ultima cena di Cristo con i suoi discepoli più intimi: è in quella cena che Gesù ha voluto anticipare l’evento della sua passione e morte, nei segni del pane spezzato e del vino condiviso, che per la potenza del Suo Spirito sono divenuti il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, offerti per noi. Così Cristo ha istituito insieme il dono dell’Eucaristia e del sacerdozio ministeriale, di cui sono stati resi partecipi gli apostoli, ricevendo il comando, ricordato da San Paolo nella seconda lettura: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24). Al centro della Messa “In Coena Domini”, “Nella cena del Signore” c’è questo dono, nel quale Cristo continua a consegnarsi a noi, di generazione in generazione. Mentre si stava compiendo il tradimento di Giuda, e cresceva tra i Dodici un senso di tristezza, per il presentimento di qualcosa di oscuro, di una fine tragica del loro Maestro, Gesù si dispone a consegnare se stesso, amando i suoi «fino alla fine» (Gv 13,1), in un atto di suprema libertà: è Lui che liberamente, per amore e in profonda obbedienza al Padre, farà dono di sé fino alla morte di croce, è Lui che nel sacramento dell’Eucaristia, si consegna nelle nostre mani, mani spesso impure e indegne, e si consegna come pane di vita: quella vita che nella risurrezione si manifesta più potente della morte e del peccato, e che è il frutto di questa donazione totale al Padre e agli uomini. San Paolo, dovendo intervenire su certi modi sbagliati di vivere il gesto della cena del Signore, richiama l’origine di questo rito, da subito vissuto dai primi cristiani, nei gesti e nelle parole dell’ultima cena: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”» (1Cor 11,23-25). È il più antico racconto della prima Eucaristia: Paolo scrive intorno all’anno 54, ma fa riferimento a qualcosa che lui ha ricevuto «dal Signore», certamente attraverso le prime comunità da lui frequentate, Gerusalemme e Antiochia, nel periodo immediatamente successivo alla sua “conversione” da persecutore in appassionato apostolo del Vangelo, e siamo intorno al 36, pochi anni dopo gli eventi della Pasqua di Gesù. Questa sera sono presenti alcuni giovani, ai quali laverò i piedi, come fece Gesù quella sera con i suoi apostoli: ho desiderato la loro presenza, innanzitutto per esprimere, con un segno, questo tempo della Chiesa, in cammino verso il prossimo Sinodo dei vescovi, Sinodo sui giovani e dei giovani, che vuole interrogarsi sul rapporto tra i giovani e la fede, e sulle strade per metterci in loro ascolto e per proporre a loro Cristo, l’unico Maestro e Signore che può riempire il desiderio infinito di vita. Un desiderio che nella giovinezza si dovrebbe avvertire di più e che oggi rischia di essere come “anestetizzato”, dalle difficoltà, da forme di emarginazione, dallo scetticismo di non pochi adulti. Oltre a questa ragione, mi sembra bello che siano dei giovani a ricevere idealmente non solo il segno della lavanda dei piedi, ma anche il dono dell’Eucaristia, come sacramento della grande amicizia di Cristo alla loro vita, alla vita di tutti noi. Pensate con che fedeltà la Chiesa ha custodito e ha trasmesso, fino a noi, fino a voi, carissimi amici, il gesto rituale della Cena del Signore, la nostra Messa: è proprio una storia che nel tempo porta a noi lo stesso avvenimento di grazia, la stessa presenza. Come scriveva il poeta francese Charles Peguy, convertito all’inizio del Novecento alla fede cristiana, parlando del mistero eucaristico: «Egli è qui. / È qui come il primo giorno. / È qui tra di noi come il giorno della sua morte. / In eterno è qui tra di noi proprio come il primo giorno. / In eterno tutti i giorni. / Il suo corpo, il suo medesimo corpo, pende dalla medesima croce; / i suoi occhi, i suoi medesimi occhi, tremano per le medesime lacrime; / il suo sangue, il suo medesimo sangue, sgorga dalle medesime piaghe; / il suo cuore, il suo medesimo cuore, sanguina del medesimo amore. / Il medesimo sacrificio fa scorrere il medesimo sangue. /Una parrocchia ha brillato di uno splendore eterno. Ma tutte le parrocchie brillano eternamente, perché in tutte le parrocchie c’è il corpo di Gesù Cristo» (C. Péguy, Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, in I misteri, Jaca Book, Milano, 56). Ora, nel racconto dell’evangelista Giovanni, non si parla dei segni del pane e del vino, si evoca invece un altro gesto, compiuto da Gesù durante la cena di addio: è la lavanda dei piedi fatta ai suoi discepoli. Colpisce la solennità con cui l’evangelista introduce il gesto, e la semplicità con cui descrive i vari atti di Gesù: «Durante la cena … Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto» (Gv 13,2-5). Perché Cristo compie questo gesto così scandaloso? Era riservato agli schiavi e si comprende la resistenza di Simon Pietro. Che significato ha la lavanda dei piedi? Carissimi amici, possiamo dire che la lavanda dei piedi non è semplicemente un esempio da imitare – anche se c’è questa dimensione d’imitazione proposta ai discepoli – ma è molto di più: è un atto profetico e simbolico e diventa, in certo modo, un “sacramento”, non nel senso dei sette sacramenti istituiti e consegnati alla Chiesa, ma è il sacramento che rappresenta l’insieme del mistero di Cristo, il suo farsi servo, deponendo le vesti della gloria, e il suo servizio di salvezza che si compie nella sua umiliazione fino alla croce, nel suo amore fino alla fine. In questo senso, c’è un legame tra la lavanda dei piedi e l’Eucaristia, perché il servizio di Gesù culmina nella sua morte, vissuta per amore, nel dono di se stesso sulla croce, e l’Eucaristia è il segno, il sacramento che rende presente tra noi il suo corpo donato e il suo sangue versato: è il sangue che ci lava dai nostri peccati, come Gesù ha lavato i piedi sporchi dei suoi amici, anche di Giuda, il traditore, anche di Pietro, che lo avrebbe rinnegato, e di tutti gli altri, che lo avrebbero abbandonato. Così la lavanda dei piedi, come il pane spezzato dell’Eucaristia, prima che essere un gesto da imitare, è un dono da accogliere e da riconoscere: sì, ognuno di noi si sente talvolta misero e sporco davanti al suo Signore, ed è bello sapere che lui si mette ai nostri piedi, si abbassa alla nostra povertà e ci lava, ci purifica, ci ricrea con il suo perdono. Nello stesso tempo ci chiama a farci servi gli uni degli altri, a vivere l’umiltà e la concretezza del servizio, soprattutto a chi soffre, a chi è nel bisogno, a praticare il perdono reciproco, sapendo sempre ricominciare: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,14-15). Fratelli e sorelle e giovani amici, accogliamo il dono di Cristo, lasciamoci lavare dal suo amore e nutrire dalla sua carne offerta per la vita del mondo, e impariamo a farci servi, per scoprire che qui sta la vera grandezza, qui sta la vera fecondità che riempie il cuore! Amen

 
+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

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