• diminuisci dimensione carattere
  • diminuisci dimensione carattere
  • aumenta dimensione carattere
  • dimensione carattere
 INTRO GENERALE » Il Ticino » Notizie » L 

L'omelia del Vescovo per la Messa Crismale del Giovedì Santo: "La gioia di essere preti"

Mons. Corrado Sanguineti ha presieduto la celebrazione la mattina di giovedì 29 marzo nella Cattedrale di Pavia


Carissimi confratelli nel sacerdozio, carissimi diaconi, carissime religiose e consacrate, carissimi fedeli,

 

Il clima austero e drammatico della Settimana Santa, in cui riviviamo gli eventi finali della vita terrena di Gesù, la sua passione e la sua morte in croce, lascia spazio in questo giorno a una preghiera più gioiosa e solenne, segnata dalla lode e dal rendimento di grazie per i grandi doni che Cristo ha consegnato alla Chiesa e di cui la Chiesa continua a vivere. Nell’ultima cena, che rievocheremo stasera nelle nostre comunità, con la Santa Messa In Coena Domini, Cristo ha affidato ai suoi apostoli il dono duplice e inseparabile dell’Eucaristia e del sacerdozio ministeriale, insieme al nuovo comandamento dell’amore fraterno. Così il Giovedì Santo è diventato il nostro giorno, carissimi confratelli presbiteri, il giorno in cui dal cuore di Cristo è nato il nostro sacerdozio, come umile servizio all’Eucaristia, alla Parola e al popolo di Dio. In questa Messa del Crisma, noi rendiamo lode al Padre per il dono grande dei sacramenti, rappresentati dal segno degli Oli che saranno benedetti, in particolare dal segno del Crisma, che sarà consacrato, e dal segno del pane e del vino, che per la potenza dello Spirito e delle parole del Signore, si trasformano in ogni Messa in Eucaristia, nel sacramento santissimo del Corpo e del Sangue di Cristo, «pane di vita eterna e bevanda di salvezza». Sappiamo che i sacramenti sono azioni vive dove è all’opera il Risorto tra noi e per noi, e sono alimento essenziale per ogni cristiano e per ogni comunità credente: non c’è Chiesa senza sacramenti, non c’è piena vita cristiana in noi senza il dono di questi santi segni che ci comunicano la grazia dello Spirito! Con tutto il popolo di Dio, rendiamo grazie per questi doni, nei quali Dio assume elementi della sua creazione e del lavoro dell’uomo – acqua, olio, pane e vino – e in essi e attraverso essi, ci fa entrare in comunione con la sua vita e con il suo amore, con la sua grazia santificante. Ecco, noi sacerdoti e pastori, noi ministri nella Chiesa, siamo innanzitutto «servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1Cor 4,1): a noi è chiesto di custodire e di celebrare i santi misteri, con fede e devozione, con umile obbedienza alla madre Chiesa, senza inventare o aggiungere nulla alla bellezza sobria dei riti liturgici, delle parole e dei segni affidati al nostro ministero. E in questo santo giorno, tra pochi istanti, saremo chiamati a rinnovare le promesse e gli impegni che abbiamo assunto il giorno della nostra Ordinazione sacerdotale: che sia davvero espressione del nostro desiderio di essere con umile letizia presbiteri di Cristo per la sua Chiesa! In questo clima di gioia e di preghiera, desidero salutare il caro vescovo Mons. Giovanni Giudici, mio predecessore sulla cattedra di San Siro: grazie di cuore, Vescovo Giovanni, della tua fraterna amicizia. In questa celebrazione vogliamo poi ricordare i nostri confratelli che nel corso di quest’anno celebrano Giubilei di ordinazione: ricordano il loro 25° di sacerdozio Don Gianluigi Bosotti, Don Gianpaolo Sordi, Don Pietro Varasio e Don Alazar Kidane salesiano, il loro 50° Don Siro Longhi, Don Ernesto Maggi, Don Bruno Malcovati, Don Gabriele Pelosi e Sua Eccellenza Mons. Carlo Maria Viganò, già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti – che mi ha ringraziato dell’invito che gli avevo rivolto, ma era già impegnato altrove -; infine celebrano il loro 60° Don Severino Barbieri, Don Antonio Giorgi e padre Camillo Galbiati dei padri francescani del convento di Santa Maria di Canepanova. A voi, carissimi confratelli ci stringiamo con affetto, con voi rendiamo grazie al Signore e invochiamo la sua benedizione, perché renda sempre fecondo il vostro ministero per la sua Chiesa. Vorrei dedicare l’omelia di quest’anno alla gioia di essere preti, anche come incoraggiamento e sostegno al nostro ministero bello, carico di vita, e tuttavia non esente da fatiche, da insuccessi, dal rischio di una sottile e “cattiva” stanchezza che può albergare nel nostro cuore, magari alle prime difficoltà o dopo il passaggio dell’entusiasmo dei primi anni. Già l’anno scorso avevo posto l’attenzione sul tema dell’essere ministri del Vangelo oggi, cercando di richiamare la gioia di essere evangelizzatori anche nel nostro tempo: oggi ritorno su questo tema della gioia, come qualcosa che dovrebbe accompagnare il nostro essere preti.Se permettete, parto da una citazione di un grande romanziere cattolico del secolo scorso, George Bernanos, che nel suo Diario di un curato di campagna descrive il legame che dovrebbe sussistere tra l’esperienza di fede nella Chiesa e il dono della gioia: «Guarda, voglio definirti un popolo cristiano, definendo il suo opposto. Il contrario di un popolo cristiano è un popolo triste, un popolo di vecchi. Mi dirai che la definizione non è troppo teologica. D’accordo. Ma ha di che far riflettere le persone che sbadigliano alla Messa della domenica. Certo che sbadigliano! Non vorrai che in una misera mezz’ora per settimana la Chiesa possa insegnar loro la gioia! E anche se conoscessero a memoria il catechismo del Concilio di Trento, probabilmente non sarebbero più allegri. Da che proviene che il tempo della nostra prima infanzia ci appaia così dolce e radioso? Un marmocchio ha le sue pene come tutti; è, nel complesso, così disarmato contro il dolore, la malattia! (…)  Ma è dal sentimento della propria impotenza che il fanciullo trae umilmente il principio della sua stessa gioia. Si rifugia in sua madre, capisci? Presente, passato, avvenire, tutta la sua vita, la vita intiera, è compresa in uno sguardo; e questo sguardo è un sorriso. Vorrei aver qui uno quei dottoroni che m’accusano di oscurantismo; gli direi: non è colpa mia se porto un vestito da beccamorto. Dopo tutto, il Papa si veste ben di bianco, e i cardinali di rosso. Avrei diritto a passeggiar vestito come la Regina di Saba, perché io porto la gioia. Ve la darei per niente, se me la domandaste. La Chiesa dispone della gioia, di tutta la parte di gioia riservata a questo triste mondo. Quel che avete fatto contro di essa, l’avete fatto contro la gioia» (G. Bernanos, Diario di un curato di campagna, Oscar Mondadori, Milano 1981, 46.47). Carissimi fratelli e sorelle, è proprio vero: un popolo veramente cristiano porta nel mondo una nota di gioia, e si tratta di una gioia strana, che può convivere anche con le lacrime e il dolore, è come la gioia di un bambino che è certo dell’abbraccio di sua madre e che si rifugia in lei, e sente che tutta la sua vita è compresa in uno sguardo, in un sorriso. Essere cristiani, vivere l’incontro con Cristo, scoprire il volto di Gesù nella sua bellezza e nella sua divino-umanità significa essere introdotti in un’appartenenza che rende possibile la pace, la letizia, la sicurezza di essere amati. Questa è la gioia di Gesù, che lui partecipa a noi, suoi amici, come ascoltiamo nell’intenso discorso dell’ultima cena nel vangelo di Giovanni, un testo che parla a tutti i credenti e, in modo particolare, dovrebbe parlare a noi sacerdoti: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. (…) Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. (…) Voi siete miei amici … Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,9.11.14-15). Carissimi confratelli, questa è la nostra gioia, che nessuno ci può togliere: la gioia di essere amici di Cristo, di essere messi a parte della sua vita e della sua relazione con il Padre. Per questo motivo Papa Paolo VI, oggi Beato, che sarà canonizzato nel prossimo mese di ottobre, un figlio della terra lombarda, si rivolse con parole sorprendenti a un giovane novello sacerdote. Avendo domandato all’intimidito neo-presbitero, ordinato dal Papa stesso nella Pentecoste, che cosa significasse per lui diventare prete, davanti al silenzio un po’ impacciato del giovane, Paolo VI, con occhi pieni di luce, gli disse: «Il sacerdozio è gioia!». E non erano anni facili, né per il Papa, né per la Chiesa, né per i sacerdoti, nella confusione della stagione dell’immediato post-concilio. Questa è la gioia di Gesù che nemmeno nelle ore oscure della passione e della croce lo abbandona, come un fondo di luce in mezzo alle tenebre: sa di non essere solo, sa di essere custodito dal Padre, sa che il Padre è con lui, sempre, anche quando sembra tacere, anche quando sembra assente. È la coscienza che traspare nelle grandi parole di Gesù nel vangelo di Giovanni, nella cornice drammatica del lungo discorso d’addio ai suoi: «Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,32-33). C’è una parola che ritorna spesso in questo testamento di Cristo ai suoi discepoli, è il verbo «rimanere» che, in realtà attraversa tutto il vangelo di Giovanni, fin dal primo incontro dei discepoli con Gesù: «Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui» (Gv 1,39). Questo “rimanere” con Cristo e in Cristo - «rimanete nel mio amore» - come il tralcio che rimane ben innestato nella vite (cfr. Gv 15,1-8) descrive la condizione per avere accesso alla gioia di Gesù, perché il nostro essere preti sia un’esperienza di fecondità e di letizia, nella concretezza delle giornate, segnate da incontri, impegni, incombenze a volte un po’ pesanti e aride – penso al tempo che voi parroci vi trovate a spendere per le questioni amministrative o per il mantenimento delle chiese e degli oratori: anche questo è ministero, che ovviamente non può essere il “tutto” della nostra vita e chiede di saper condividere con fedeli affidabili e generosi queste responsabilità. Sì, carissimi amici, occorre rimanere in Gesù, radicare la nostra vita in lui, nell’amicizia personale con lui, perché solo così, con Cristo possiamo rimanere nel Padre, crescere in un affidamento profondo e fiducioso al Padre. Solo così anche i tempi in cui siamo fisicamente soli o non abbiamo particolari impegni di ministero, non saranno tempi vuoti o grevi. Esiste, infatti, una “solitudine” negativa, che diventa isolamento, che ci espone alla trascuratezza, all’accidia, alla dispersione del tempo, al cedimento a suggestioni ambigue o cattive, alle seduzioni e alle tentazioni che possono insinuarsi in noi, creando spazi oscuri di una “doppia vita”. Qui è importante vigilare e soprattutto custodire rapporti belli di fraternità e di amicizia tra noi presbiteri, dando tempo e valore agli incontri proposti a livello di Diocesi o di Vicariato – disertare questi momenti e appuntamenti non fa bene al nostro essere preti, non matura la coscienza e la bellezza di sentirci parte di un presbiterio – e sapendo nutrire delle relazioni non generiche con qualche confratello: lasciamoci accompagnare da qualche presbitero più maturo, che stimiamo, scegliendo di avere e di frequentare un confessore e un direttore spirituale, e cerchiamo un rapporto cordiale e franco anche con me, come vostro Vescovo che, pur con i miei limiti, desidero camminare con voi e cerco di essere disponibile a voi. Qui è altrettanto importante crescere come pastori nelle comunità che ci sono affidate, stare in mezzo alla gente, saper perdere tempo nell’ascolto e nell’incontro personale, soprattutto con gli anziani e i malati, con le famiglie, talvolta segnate da prove e crisi, con gli adolescenti e i giovani, che, a volte senza dirlo, hanno bisogno di una paternità buona e autorevole, cercano presenze che possano essere significative, per le loro domande e inquietudini. In questo senso, come più volte ha ricordato Papa Francesco, c’è una “stanchezza buona”, quando arriviamo a sera stanchi, ma anche ricchi di tanti incontri, e quando anche la nostra preghiera, un po’ affaticata, si riempie di volti e di storie che portiamo nel cuore, non è una preghiera anonima e generica, diventa davvero una preghiera sacerdotale, d’intercessione per la gente e per le sofferenze che ci vengono confidate e affidate! Sarebbe triste un pastore che non si affeziona al suo popolo, che non sa vedere il bene che Dio sparge in mezzo ai semplici e non sa più imparare anche dai “piccoli” e dagli umili: un pastore che non vive la gioia di essere a contatto vivo con il popolo fedele e con le persone, anche lontane o con cammini complessi, e che tuttavia ci cercano o sono disponibili a essere cercate. Esiste, anche, una solitudine “buona” nella vita del presbitero, come di ogni credente: è la solitudine abitata da una Presenza, è una solitudine ricercata e coltivata per stare, per rimanere con Colui che ci ama e che noi amiamo, per rendere sempre più viva e reale la relazione di fede con il nostro Maestro e Signore, che ci ha chiamati e ci chiama, innanzitutto, a stare con sé, a vivere un’amicizia capace di abbracciare tutta la vita e di portare a compimento la nostra umanità. In questo senso, carissimi confratelli, è essenziale ritrovare il gusto e l’incanto della preghiera, come personale contatto con Cristo e con il Padre, scegliere di dare ogni giorno del tempo per rimanere nel suo amore, saper dare ordine alle nostre giornate e far diventare certi tempi vuoti o liberi dei tempi ricchi, che ci rigenerano: certo siamo rigenerati nelle relazioni autentiche e nel ministero stesso, vissuto come luogo della quotidiana dedizione a Dio e agli uomini, siamo rigenerati nel toccare con mano come il Signore ci preceda e sia già all’opera nella storia di tanti fratelli e sorelle che incontriamo, siamo rigenerati anche nel giusto riposo, corporale, psichico e spirituale, nei tempi che, durante l’anno, giustamente ci prendiamo per una sosta, o per vivere qualche giorno, in compagnia magari di qualche confratello. Tuttavia nulla è più rigenerante del nostro “rimanere” in Cristo, e nel vangelo di Giovanni, sono indicati due modi tipici di vivere questa dimensione propria dell’esistenza di ogni credente, ma ancora più sostanziale per chi è stato preso a servizio nel ministero per il Vangelo. C’è un “rimanere” che accade nel mettersi veramente in ascolto della Parola: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32). Non basta ascoltare la parola del Vangelo e della Scrittura, leggerla e studiarla, avendo spesso in vista solo il fatto di doverla poi predicare, spiegare o illuminare nel nostro ministero di presbiteri. Occorre imparare a vivere un rapporto continuo e gratuito con la Parola di Dio, che è rivolta innanzitutto a noi, a ciascuno di noi; una frequenza quotidiana della Parola nella liturgia, nella preghiera dell’Ufficio divino, nelle letture che coltiviamo, che ci consenta di “dimorare” in questa Parola, perché essa diventi la nostra casa, l’ambiente che nutre il nostro pensiero, e così faccia compagnia al nostro cuore, giorno dopo giorno. Quanto sappiamo “rimanere” nella parola di Cristo? C’è poi un “rimanere” che avviene nel sacramento eucaristico: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,55-56). Ogni giorno possiamo “rimanere” in Cristo, celebrando il sacramento dell’Eucaristia e nutrendoci del Pane della Vita, ma sta a noi aver cura del quotidiano contatto con il santo mistero del Corpo e del Sangue del Signore, che si consegna a noi sotto le umili apparenze del pane  e del vino. E guardate che il posto e il peso che ha l’Eucaristia decide del volto e della consistenza di una vita sacerdotale, che respiri della gioia dell’amicizia con Cristo e faccia trasparire questa gioia nell’incontro con le persone. Come celebriamo la Messa quotidiana? Che tempo e che cura sappiamo dare a questo gesto, perché non sia mai affrettato o semplicemente eseguito? Come ci prepariamo a essa, come entriamo nella celebrazione? Sappiamo sostare, soprattutto nei giorni feriali, per gustare la presenza di Cristo in noi, nel ringraziamento che si prolunga anche oltre la Messa? Sappiamo vivere dei tempi liberamenti scelti, per stare in silenziosa adorazione davanti al Santissimo Sacramento? Che bello quando i fedeli ci possono trovare così: in preghiera, da soli, ai piedi dell’altare! Ecco, carissimi confratelli, per questa strada, in cui impariamo ad alimentare la nostra esistenza nella fecondità della comunione vissuta tra noi e con la nostra gente, e nella cura di una personale appartenenza a Cristo, rimanendo in lui, come i tralci nella vite, noi potremo vivere la gioia di essere preti, amici di Gesù. Sarà questa gioia, discreta e intensa, la più bella testimonianza che possiamo offrire, in modo particolare ai giovani e ai ragazzi, diventando compagni autorevoli nel loro cammino, senza stancarci di cercare l’incontro con loro e di essere disponibili a camminare con loro. Il prossimo Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” ci chiede di essere testimoni e padri per i nostri giovani, capaci di metterci in loro ascolto, di accompagnarli alla scoperta della gioia che nasce dall’amicizia con Cristo. Così potremo anche essere più attenti a quei semi di vocazione che il Signore continua a spargere nei cuori, e aiuteremo qualche giovane a scoprire la sua chiamata personale e a rispondere con cuore libero al Signore: un sacerdote lieto sa suscitare il dono di nuove vocazioni, non con una strategia, ma per attrazione! Che la Vergine Maria, “fonte della nostra gioia” ci renda uomini lieti, contenti di essere amici di Gesù e di servire la Sua Chiesa! Amen.

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


stampa pagina segnala pagina condividi