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L'omelia del Vescovo Corrado per il solenne pontificale della Domenica delle Palme

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione domenica 25 marzo nella Cattedrale di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,

 

Nella liturgia di questa Domenica delle Palme, viviamo sempre un forte contrasto tra la scena di gioia dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, che abbiamo evocato con il rito della Benedizione delle palme e degli ulivi, e il racconto drammatico e realistico delle ore finali della vita di Gesù, segnate da grandi sofferenze e dalla morte terribile sulla croce. Gesù entra nella Città Santa, accolto e acclamato dalla folla, come il re messia, l’atteso discendente di Davide che finalmente restaurerà il regno d’Israele: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!» (Mc 11,9-10). Possiamo immaginare l’entusiasmo dei discepoli: certamente tra loro c’era che pensava che ormai fosse prossimo il momento dell’azione decisiva di Gesù, che ora si sarebbe rivelato come messia e avrebbe suscitato un movimento di speranza e di liberazione nel popolo. E pochi giorni dopo, tutto cambia e i discepoli vedono crollare le attese e le immagini che avevano coltivato nel loro cuore: il loro Maestro, Gesù, è arrestato, processato dal Sinedrio e accusato di essere un bestemmiatore che attenta la fede d’Israele; è consegnato al prefetto romano Ponzio Pilato e condannato alla morte in croce come “re dei Giudei”, come pretendente a un titolo regale, contro l’autorità dell’impero. Ora sono ben diverse le grida che s’innalzano al cielo. La piccola folla nel pretorio di Pilato chiede la liberazione di Barabba e nel dialogo con Pilato si esprime con grida violente: «Pilato disse loro di nuovo: “Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”. Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?”. Ma essi gridarono più forte: “Crocifiggilo!”» (Mc 15,12-14). Sotto la croce, le parole della gente e dei capi dei sacerdoti sono parole di scherno e di derisione: «Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!”» (Mc 11,31-32). Quello che è successo a Gesù, sappiamo che non è solo storia di ieri: si fa presto, nel mondo, a passare dalle lodi a forme, più o meno esplicite, di derisione e di emarginazione, e tutte le volte che la Chiesa ha cercato l’applauso del mondo o l’appoggio del potere, tutte le volte che è stata “cortigiana” della storia e ha avuto paura di dare una testimonianza umile e limpida al Vangelo, ha ceduto a tanti compromessi e ha perso di freschezza, nel seguire fino in fondo il suo Signore nella via che conduce alla vita vera: la via della povertà, dell’umiliazione e dell’umiltà. Non preoccupiamoci delle “lodi” del mondo, non temiamo, talvolta, di essere incompresi: siamo chiamati, come discepoli di Cristo, a essere nel mondo, senza essere “del mondo”, senza adeguarci alla mentalità del mondo, non per il gusto di una contrapposizione, ma per l’originalità della nostra fede, perché portiamo con noi la novità di un Vangelo che nello stesso è annuncio buono e bello per il cuore dell’uomo, ma è anche svelamento della menzogna che oscura la gioia della verità! Gesù non ha bisogno dell’approvazione delle folle, perché tutta la sua consistenza di uomo sta nel suo rapporto con il Padre, nel suo totale affidamento al Padre, e nell’ora decisiva, davanti al Sinedrio, non teme di dare la suprema testimonianza e di rivelare la sua identità così scandalosa: sì, Lui è il Messia atteso, ma ben differente dalle immagini degli uomini, è il Figlio dell’uomo che partecipa della gloria di Dio, è il Figlio di Dio che ha assunto la nostra reale umanità! In questo senso, Lui è il re, il vero Signore, che non ha nulla da spartire con i re e i potenti del mondo: la sua corona è una corona di spine, il suo scettro è una canna con la quale viene percosso, gli omaggi che riceve sono gli scherni, gli insulti e gli sputi dei soldati romani, il suo trono è il nudo legno della croce su cui viene innalzato. Eppure, proprio in questa suprema povertà e umiliazione, Gesù è il re che vince: vince con la potenza della misericordia il peccato e la meschinità del cuore umano, vince con la sua morte la nostra morte e, deposto nel buio di quella tomba, vive l’ultimo combattimento contro le tenebre e la morte, e unito al Padre, risorge, sconfigge la morte! È il re che salva, è il vero salvatore: non risponde alle provocazioni dei sacerdoti e degli scribi, non scende dalla croce, non salva se stesso, perché si fida del Padre, sa che il Padre è con lui: per questo, in tutto il racconto della Passione, Gesù prega, vive ogni istante nella relazione con Dio, ed è una relazione viva e drammatica, dove c’è spazio per la lode e il ringraziamento, nella cena con i suoi amici, per la supplica e l’affidamento, nella preghiera al Getsèmani, per la domanda e per il grido - «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» - negli ultimi momenti sulla croce. In questa Settimana Santa, partecipando alle intense celebrazioni che la Chiesa ci offre, riviviamo il dramma della passione e della morte di Cristo, atto supremo di amore, riviviamo lo sconcerto e la debolezza dei discepoli, che lasciano solo il loro Signore, riviviamo la sofferenza e l’attesa trepida di Maria e delle altre donne, che saranno le prime a trovare il sepolcro aperto e vuoto. Soprattutto, carissimi fratelli e sorelle, guardiamo Gesù, fissiamo gli occhi su di lui, come ha fatto il centurione sotto la croce. Un pagano, un soldato di Roma, probabilmente abituato a certe esecuzioni, alla visione di poveri uomini che morivano in croce tra stenti e lamenti, resta colpito da Gesù, dal modo diverso con cui quest’uomo soffre e muore: senza rabbia, pregando e con uno sguardo d’infinita pietà anche su coloro che lo hanno messo in croce. Ed è lui, questo centurione senza nome, il primo a confessare la fede e a intuire il mistero nascosto nel Nazareno: «Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15,39). Che in questi giorni, anche a noi sia concesso di volgere a Cristo lo stesso sguardo attento e stupito del centurione e che possiamo riconoscere con rinnovata certezza: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio! È il Figlio di Dio, il nostro Salvatore, che ci ha amato e ha dato se stesso per noi!». Amen.

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


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