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L'omelia del Vescovo Corrado al "Precetto Pasquale" per le forze armate

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione martedì 6 marzo nella basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro a Pavia


Distinte autorità militari e civili,

 

Carissimi membri delle diverse Forze Militari in servizio,

Carissimi fratelli e sorelle,

 

Siamo in cammino verso la Pasqua del Signore, la festa più importante di tutto l’anno, centro e cuore della fede cristiana, e viviamo il tempo della Quaresima come un tempo forte, in cui riprendere in mano la nostra vita, rinnovare la nostra decisione di essere cristiani, di essere uomini e donne che amano e seguono Gesù, come Signore della vita e della storia. Un atteggiamento fondamentale che in Quaresima è richiamato e proposto è quello di un cuore umile, penitente, che si riconosce peccatore e bisognoso di perdono e di misericordia: perché solo chi ha coscienza della sua povertà di peccatore, solo chi riconosce la sua miseria e la sua debolezza mortale, avverte la necessità di essere salvato, attende e invoca qualcuno che lo salvi, e così si apre a Cristo, redentore, liberatore autentico dell’uomo! Nella prima lettura abbiamo ascoltato una preghiera struggente, tratta dal libro di Daniele, e messa in bocca al giusto Azarìa – un altro nome di Daniele stesso – esule ebreo a Babilonia, gettato nella fornace per non aver voluto adorare la statua dell’imperatore. È una preghiera che esprime bene il senso del peccato d’Israele, che l’ha condotto alla rovina e alla perdita della libertà, e insieme la fiducia nella potenza della misericordia, con un’intensa supplica di perdono: «Non ci abbandonare fino in fondo, per amore del tuo nome, non infrangere la tua alleanza; non ritirare da noi la tua misericordia … Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato … Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c'è delusione per coloro che confidano in te. (…) Fa' con noi secondo la tua clemenza, secondo la tua grande misericordia» (Dn 3,34-35.39.40.42). Impressiona la forza d’animo che traspare in queste parole, pronunciate da un uomo che è libero di fronte al potere e non si fa asservire al culto di nuovi idoli, proprio perché è umile di fronte a Dio, cosciente del suo peccato e sicuro della misericordia grande del Signore. Qui, carissimi militari, traiamo una prima riflessione che può accompagnarvi nel vostro servizio: «Ubi fides, ibi libertas» (S. Ambrogio). La fede nel Dio vivente, che ci tratta da figli e non da schiavi, ci rende uomini liberi, uomini e donne di coscienza, che non scendono a compromessi e non tradiscono le esigenze della verità e del bene, che non si piegano ad adorare le false divinità, che oggi non sono più le statue degli imperatori o delle antiche divinità pagane, ma hanno altri volti e altri nomi: il volto del potere, ricercato e perseguito come dominio e prevalenza sugli altri, il volto dell’apparenza, della vanagloria, del credere di valere in quanto si appare sulla scena pubblica, il volto del denaro, del possesso, dell’avere, che conduce a un attaccamento disordinato ai beni, alle cose e un egoismo che rende insensibili e ciechi. Paradossalmente, chi sa riconoscersi peccatore, chi si colloca davanti a Dio suo creatore e Padre, è capace di un rapporto autentico con gli altri, anche quando deve intervenire per garantire l’ordine e la legge, anche quando deve reprimere manifestazioni delittuose, assicurando i colpevoli alla giustizia. In fondo non ci si sente “superiori” a chi compie il male e danneggia la comunità civile, perché, se siamo leali e umili, dobbiamo riconoscere che anche in noi c’è un mistero di peccato, che anche noi ci ritroviamo a cadere in colpe più o meno gravi, e che non possiamo ergerci a giudici assoluti degli altri, pur essendo chiamati a servire la legalità e il retto ordinamento dello Stato. Tutti abbiamo bisogno di essere perdonati e ricreati dalla grazia del Padre, tutti, in questo tempo di Quaresima, siamo invitati a invocare la misericordia di Dio. Come spesso ci ricorda Papa Francesco: Dio non si stanca di perdonare, siamo noi che a volte ci stanchiamo di chiedere perdono! La pagina di Vangelo ci ha invece proposto una drammatica parabola che Gesù racconta per invitare Pietro a praticare un perdono illimitato verso il fratello che commette colpe contro di lui. Nella parabola c’è un contrasto stridente tra il comportamento del padrone verso il servo, che aveva in debito insolubile (diecimila talenti: come se fosse un debito di milioni di euro), e il comportamento del servo verso un suo compagno, che aveva invece con lui un modesto debito (cento denari). In realtà quello che chiede il debitore al suo padrone, è qualcosa d’impossibile: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa» (Mt 18,26). E il padrone fa molto di più: «Ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito» (Mt 18,27). Ma la gioia e lo stupore per l’insperato condono non suscitano un cambiamento del cuore di questo servo che, di fronte al suo compagno supplicante, mostra tutta la meschinità e durezza del suo cuore, ed è questa durezza, la sua impenetrabilità alla misericordia sperimentata, che lo condanna a finire in prigione. Con questa parabola, Gesù mostra un altro aspetto della conversione alla quale siamo chiamati: la coscienza di essere peccatori a cui è stato condonato un immenso debito dovrebbe aprire il cuore e renderci pronti al perdono e alla misericordia nei rapporti con i nostri fratelli, con coloro che possono essere in debito con noi. Se ciò non accade, è come se noi erigessimo un muro che impedisce alla misericordia di Dio di dilagare nella storia e di sanare le relazioni ferite e malate. Carissimi militari delle diverse Forze Armate, quanto è importante nella vita personale e sociale essere uomini e donne di misericordia: certo il male va combattuto, i colpevoli devono rispondere alla giustizia e devono essere sottoposti a una pena che non sia solo punitiva per il male commesso, ma sia strada per una riabilitazione in vista di un positivo inserimento nella comunità civile. Uno sguardo di misericordia non riduce mai il soggetto alle azioni, anche penalmente e moralmente gravi che lui ha compiuto. C’è sempre un “di più” in ogni persona, e mentre siete chiamati a vigilare e ad assicurare una serena convivenza nella società, non dovete mai perdere di vista la possibilità di un riscatto, per ogni uomo e donna che delinquono! Anche in questo campo, sapere che noi per primi riceviamo continuamente un condono incondizionato da Dio, nel suo Figlio crocifisso che porta su di sé i peccati di tutti, dovrebbe renderci uomini giusti e misericordiosi, non “giustizieri implacabili”, pronti solo a condannare, ma servi della giustizia e del bene, che mai perdono la speranza di una redenzione, di un cambiamento del cuore per ogni uomo. D’altronde, se io posso rialzarmi dai miei peccati, e ripartire con la forza del perdono ricevuto, perché ciò sarebbe precluso, in partenza, a qualcuno? Così, la nostra celebrazione ci conduce a verificare come viviamo il nostro servizio, come svolgete il vostro compito, nelle varie mansioni che caratterizzano i vostri differenti corpi militari. Preghiamo e chiediamo al Signore che in questa Pasqua ci doni l’umiltà di riconoscerci peccatori, la gioia di essere da lui perdonati, nel Sacramento della Confessione, e il desiderio di essere testimoni del suo amore e del suo sguardo di bene su ogni uomo. Amen!

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


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