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L'omelia del Vescovo Corrado al funerale di don Ernesto Bottoni

Mons. Sanguineti ha presieduto il rito funebre lunedì 5 marzo nella chiesa di S.Maria del Carmine di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle, cari confratelli nel sacerdozio, carissimi familiari,

 

Siamo in tanti questa mattina ad accompagnare con la nostra preghiera il caro Canonico Don Ernesto Bottoni, che dopo una lunga vita – proprio oggi avrebbe compiuto 91 anni – incontra il Suo Signore, amato e servito con fedeltà e passione. Le ultime parole di Gesù sulla croce, nel vangelo appena proclamato - «È compiuto» - si sono realizzate anche per Don Ernesto: la morte non è l’istante in cui tutto finisce, ma è il momento in cui tutto si compie e perviene alla piena verità l’esistenza di ogni uomo. Anzi, proprio nell’ora della morte, nel come un uomo sa prepararsi a vivere questo passaggio, viene alla luce il suo volto autentico, ciò che lo ha veramente sostenuto e mosso nei giorni della sua esistenza. Chi ha incontrato in questi ultimi giorni Don Ernesto, ha incontrato un uomo in pace, pronto e maturo per l’incontro definitivo con Dio. Riprendendo l’immagine del profeta Isaia, nella prima lettura, ora per il nostro amato canonico, viene meno il tempo della fede: «Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni» (Is 25,7). Si apre la gioia della visione, del banchetto preparato da Dio, nell’eterna festa del cielo, banchetto anticipato nella mensa eucaristica, che Don Bottoni ha presieduto per più di 60 anni! L’anno scorso il Signore aveva concesso a lui, ai suoi cari, alle tante persone che gli vogliono bene, di vivere la festa del suo novantesimo compleanno e del suo sessantesimo di sacerdozio, celebrati qui, in questa bella Chiesa, che era diventata la sua casa, la sua comunità, il luogo del suo umile e prezioso servizio di confessore. Possiamo davvero pensare che ora Don Ernesto partecipa di questo banchetto preparato da Dio sul monte della sua gloria, e vede faccia a faccia il Signore risorto, tante volte adorato, ricevuto e donato nel segno del pane eucaristico. Credo che sia impossibile, nel breve spazio di un’omelia, ripercorrere il lungo cammino umano e sacerdotale di Don Ernesto. Lo richiamo per cenni: nasce il 5 marzo 1927 a Casarile, parrocchia da lui sempre amata, e dove riposerà in attesa della risurrezione finale; dopo gli anni di studio e di attività lavorativa, matura la vocazione sacerdotale, entra in seminario qui a Pavia e il 29 giugno 1957 è ordinato presbitero dal vescovo Mons. Carlo Allorio. Vicario parrocchiale a Binasco e poi a Landriano, dal 1964 al 1969 è responsabile del pensionato universitario “Salvatore Bianchi” e Assistente degli uomini di Azione Cattolica. Dopo un breve periodo in Duomo come cappellano, dal 1969 al 1988 è parroco a Monticelli, dove saprà introdurre in modo saggio la riforma del Concilio Vaticano II, e la sua esperienza sarà così significativa che durante la Settimana Liturgica a Oropa nel 1971, Don Ernesto offrirà una sua comunicazione dal titolo “La Sacra Celebrazione secondo il nuovo Messale in una piccola parrocchia rurale”. Dal 1988 diventa Canonico Penitenzierie e il suo ministero si esprime soprattutto nelle confessioni e nell’ascolto dei fedeli, prima in cattedrale e negli ultimi anni, dall’aprile 2015, qui al Carmine: diviene una presenza discreta e familiare per tantissimi fedeli, che trovano in lui un padre, un confessore sapiente, un vero uomo di Dio, nutrito di preghiera, di amore alla liturgia, di un ascolto intenso della Parola di Dio. Io ho avuto la grazia di conoscerlo e di frequentarlo, in questi ultimi anni, e più volte mi sono confessato da lui: ho sempre ammirato il suo equilibrio, la sua umanità serena e accogliente, riflessa nei suoi occhi limpidi e nel suo sorriso, anche in queste ultime settimane di ricoveri, di cure e di sofferenze, la sua fede viva e profonda, l’amore alla sua Chiesa, alla Chiesa di Pavia, la “giovinezza” del cuore, la sua spiritualità plasmata dal Concilio, con una sensibilità liturgica che andava all’essenziale. Al centro della vita sacerdotale di Don Ernesto e dell’educazione che, come pastore e confessore, ha saputo trasmettere a tanti confratelli e fedeli, c’è Cristo, il suo mistero, la sua presenza, che si offre a noi nei segni sacramentali, nella sobria bellezza della liturgia, nella Parola accolta e gustata, e accanto a Cristo, c’è Maria, la madre. Nel breve testamento, scritto il 29 giugno 2007, nel giorno del cinquantesimo della sua ordinazione sacerdotale, Don Ernesto, con il suo stile asciutto, dà disposizioni per il momento futuro dei suoi funerali. In cima al foglio, scrive due frasi latine, che dicono tanto del cuore di questo prete di Dio: «In Te Domine speravi, non confundar in aeternum»; «Mater mea, fiducia mea». La prima frase è la conclusione dell’inno di lode Te Deum ed esprime la speranza riposta nel Signore e nella sua misericordia, insieme alla supplica fiduciosa perché l’amore di Dio non permetta che nessuno sia confuso in eterno e non sia privato della gioia del cielo. La seconda è un’invocazione a Maria, come madre della fiducia, e mi ha commosso leggere le stesse parole che io ho scelto come motto nel mio stemma episcopale. Sono convinto che Don Ernesto avrebbe accolto con gioia l’istituzione, voluta da Papa Francesco, della memoria liturgica di “Maria, madre della Chiesa”, stabilita per il lunedì dopo Pentecoste: un titolo che ha una grande sintonia con l’insegnamento del Concilio sulla Chiesa e su Maria, nel mistero di Cristo e della Chiesa, e che c’invita a sentirci davvero figli e figlie di questa madre, come membri della Chiesa. Così possiamo immedesimarci con il discepolo amato che, sotto la croce insieme a Maria, accoglie il testamento del Redentore: «Donna, ecco tuo figlio!»; «Ecco tua madre!» (Gv 19,26.27). Vorrei concludere la mia omelia, provando a indicare l’eredità viva che il Canonico Bottoni consegna alla nostra Chiesa, e in modo particolare ai suoi confratelli, a noi sacerdoti: un invito a essere uomini della fedeltà amante, dell’ascolto paziente e nascosto, dell’intercessione fiduciosa. Essere discepoli di Cristo, essere suoi sacerdoti significa essere uomini che sanno perseverare, giorno dopo giorno, nell’amore a Cristo e alla Chiesa, nella donazione umile e lieta ai fratelli, ed è un amore che si alimenta nel contatto quotidiano con il Signore, nell’ascolto della sua Parola, nella celebrazione dei suoi sacramenti, nella preghiera d’adorazione, carica di silenzio e di stupore. Gli occhi di Don Ernesto erano gli occhi di un uomo che pregava, che adorava, che si lasciava colmare dallo stupore di Dio. Essere amici di Cristo, suoi pastori, vuol dire essere uomini che perdono tempo nell’ascoltare i fratelli, nell’accogliere i peccatori, che sanno attendere, con pazienza e vivono il ministero della confessione come un aspetto essenziale del loro sacerdozio. Infine, essere preti di Gesù, presbiteri della sua Chiesa, ci chiede di riscoprire e di vivere il primo e fondamentale servizio, che è quello della preghiera, dell’intercessione per i tanti fedeli che ci affidano intenzioni, e ci confidano sofferenze e preoccupazioni. In questa luce, il tempo dell’anzianità e della vecchiaia, quando diminuiscono per tutti le attività e le forze, è il tempo da riempire nel ministero orante dell’intercessione: sta qui la sorgente della vita per tutta la Chiesa. Nello stesso testamento redatto dal nostro caro Canonico, sono indicate anche le parole da apporre sulla sua tomba: «Ernesto Sacerdote In pace». Poche parole che riassumono una vita, che ora sfocia nell’eternità di Dio: la pace che Don Ernesto ha pregustato e ha testimoniato con il suo ministero sacerdotale, la pace che ha potuto ridonare ai cuori dei suoi penitenti e dei suoi fedeli, sia ora per lui piena e sovrabbondante, nella compagnia dei Santi e della Vergine Maria in cielo! Amen

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)


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