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L'omelia del Vescovo Corrado alla celebrazione ecumenica della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

Mons. Sanguineti ha presieduto la celebrazione mercoledì 24 gennaio nella chiesa greco-cattolica ucraina di S. Giorgio a Pavia


Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

 

Il ritrovarci ogni anno a vivere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani rappresenta una grazia e una sfida: è una grazia, perché non dovremmo mai abituarci al dono di poter pregare insieme, come discepoli dell’unico Signore, che ci chiama a essere suo popolo, nonostante le ferite delle nostre divisioni che hanno lacerato la tunica indivisa di Cristo; è anche una sfida, perché, se tanti passi sono stati compiuti, soprattutto in questi decenni dopo il Concilio Vaticano II, se tanti segni sono accaduti di una nuova fraternità tra noi cristiani di differenti Chiese e comunità, è pur vero che siamo ancora in cammino, lontani da una piena comunione nella fede e nella vita sacramentale, permangono profonde differenze nella comprensione e nella pratica dell’esistenza cristiana ed ecclesiale, talvolta si aprono nuovi motivi di distanza tra noi, nel campo della dottrina morale e delle forme del ministero pastorale. Così siamo sfidati da Cristo sulla nostra fede, sulla nostra speranza e sulla nostra carità, perché potrebbe esserci la tentazione di “rassegnarci” alle nostre divisioni e di vivere questi momenti di preghiera e di riflessione condivisa con un sottile e rassegnato scetticismo, come riti che stancamente si ripetono e si devono fare. Ora, il tema scelto per la Settimana di preghiera di quest’anno è una parola di lode contenuta nel cantico di Mosé proclamato come prima lettura: «Potente è la tua mano Signore» (Es 15,6). Qui si esprime la fede nella potenza di Dio, che sa compiere l’impossibile, ed è questa potenza che dà ragione della nostra speranza: se guardiamo alla nostra debolezza e povertà di credenti, in cammino in un mondo che per certi tratti si va facendo sempre più estraneo alla fede cristiana, potremmo essere tentati dallo scoraggiamento. Ma se invece poniamo gli occhi e il cuore su come Dio è capace di agire e di operare, anche in circostanze estreme, allora si rianima la nostra fiducia: riconosciamo che non siamo soli, che esiste già una reale comunione, nella stessa fede in Cristo e nello stesso battesimo, che è più forte di ogni divisione e di ogni fatica, e che il Signore è all’opera anche nel nostro tempo, nel cuore e nell’esistenza di tanti uomini e donne, toccati e raggiunti dalla sua grazia. La bellissima pagina del vangelo di Marco ci mostra in modo intenso e vivo come Dio agisce attraverso Gesù suo Figlio, che cosa può accadere nella vita quando la potenza del Signore s’incontra con la disponibilità illimitata di una fede che crede possibile l’impossibile! L’evangelista intreccia due racconti di miracolo: c’è un uomo, Giàiro, un capo della sinagoga, padre di una figlia di soli dodici anni che sta morendo e si reca da Gesù, fiducioso che questo Maestro possa compiere una guarigione ormai insperata. La sua domanda è una preghiera accorata e insistente: «La mia bambina sta morendo. Ti prego, vieni a mettere la tua mano su di lei, perché guarisca e continui a vivere!» (Mc 5,23). C’è poi questa donna senza nome che soffre di emorragie e che da ben dodici anni è costretta a vivere in una condizione d’impurità, che la obbliga a tenersi lontana dal contatto con le persone, isolata e separata dalla vita di comunità. In lei è cresciuta una convinzione potente, che la spinge a rischiare, a osare il contatto con questo Maestro: «Questa donna aveva sentito parlare di Gesù e aveva pensato: “Se riesco anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. Si mise in mezzo alla folla, dietro a Gesù, e arrivò a toccare il suo mantello» (Mc 5,27-28). Tanti toccavano le vesti di Gesù, nella folla che lo stringeva da tutte le parti, ma solo questa donna realizza un vero contatto con lui, perché lo tocca nella fede. La fede è la via di un reale contatto tra noi e Cristo, ed è questa immensa fiducia in Gesù e nella potenza di Dio che opera in lui, ciò che rende possibile la guarigione: «Figlia mia, la tua fede ti ha salvata. Ora vai in pace, guarita dal tuo male» (Mc 5,34). La stessa fede che non si arrende nemmeno di fronte all’evidenza della morte si manifesta in Giàiro, ed è una fede insidiata e tentata dalla saggezza e dal buon senso naturale, quando i messaggeri arrivano dalla sua casa e gli dicono: «Tua figlia è morta. Perché stai ancora a disturbare il Maestro?» (Mc 5,35). Gesù fa appello a questa forza della fede: «Non temere, soltanto continua ad aver fiducia» (Mc 5,36). Fino al momento drammatico, quando giungono nella casa, e sono già iniziati i gesti del lutto e del pianto per la morte della piccola figlia di Giàiro, tanto che i presenti ridono di Gesù, delle sue parole - «Perché tutta questa agitazione e perché piangete? La bambina non è morta, dorme» - e ridono, in fondo, anche di Giàiro, della sua fiducia apparentemente così cieca e irragionevole. Eppure, è questa fiducia, che sa sperare contro ogni speranza, che apre lo spazio all’azione potente e tenerissima di Gesù, che sale nella stanza dove c’è il corpo senza vita della piccola, insieme ai due genitori – possiamo immaginare il misto di dolore e di trepidazione con cui accompagnano Gesù e i tre discepoli al letto della loro bambina – e con un gesto e una parola ridona la vita: «Prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum” che significa: “Fanciulla, àlzati!”» (Mc 5,41). Fratelli e sorelle, il racconto di Marco non è solo memoria di un passato, ma evoca una possibilità permanente nella nostra esistenza di credenti: possiamo conoscere e vivere tante esperienze di solitudine, di vita che si perde, di sofferenza e di morte, e possiamo essere, in vari modi, tentati di arrenderci a ciò che sembra insuperabile. Ma è proprio davanti alle circostanze più drammatiche dell’esistenza e della storia, personale e di popoli, che siamo provocati, come Giàiro e come la donna senza nome del Vangelo di oggi, a rischiare e a osare una fede che eccede ogni misura! In fondo, anche le divisioni che hanno ferito il corpo dell’unica Chiesa di Cristo, possono sembrare qualcosa d’insuperabile, per quanto noi cerchiamo di crescere in un cammino di conoscenza, di stima, di condivisione e di comune testimonianza al Vangelo. Eppure non è così, e se guardiamo a come sono cambiati i rapporti tra noi cristiani, in questi ultimi decenni, dobbiamo riconoscere che ciò che una volta sembrava impossibile, ha cominciato a prendere forma: da un clima di diffidenza, se non di ostilità e di opposizione, da un atteggiamento di reciproca condanna e “scomunica”, siamo passati a guardarci come fratelli e sorelle, generati nel Battesimo alla stessa fede in Cristo e nel Dio vivente che è Padre, Figlio e Spirito Santo, e abbiamo iniziato a praticare un dialogo paziente, nella carità e nel desiderio di obbedire alla verità dell’unico Vangelo. Oggi sentiamo la chiamata a crescere nel dare testimonianza della potenza misericordiosa di Dio, chinandoci sulle fragilità e le sofferenze dei nostri fratelli uomini, cercando di promuovere e di custodire il bene autentico per una società che sia davvero a misura d’uomo, e che sappia rifiutare le logiche perverse dello scarto, dell’egoismo, della chiusura e della paura di fronte agli stranieri, ai profughi, ai migranti che arrivano nelle nostre terre. Proseguiamo allora il nostro cammino, confidando nella potenza dello Spirito, che, secondo i tempi di Dio, ci sta guidando e ci sta spingendo ad andare avanti, e tutte le volte che siamo tentati di fermarci ai nostri fallimenti e alle nostre incoerenze, sentiamo come rivolte a noi le parole di Gesù a Giàiro: «Non temere, soltanto continua ad aver fiducia» (Mc 5,36). Amen!

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

 


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