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L'omelia del vescovo Corrado per il pontificale di San Siro

Mons. Sanguineti ha presieduto la solenne celebrazione sabato 9 dicembre nel Duomo di Pavia


Eccellenze Reverendissime, Reverendi Canonici,

 

Cari confratelli nel sacerdozio, cari diaconi, cari consacrati e consacrate nel Signore,

Distinte Autorità civili e militari,

Stimati rappresentanti di associazioni e realtà sociali di questa città e questa diocesi,

Carissimi fratelli e sorelle, membri e figli della Chiesa che è in Pavia,

 

Come ogni anno, ci raccogliamo insieme per questa solenne concelebrazione in onore di San Siro, primo vescovo di Pavia e patrono della città e di tutta la nostra Diocesi: rinnovo il mio saluto più fraterno e cordiale a Sua Eccellenza Mons. Giovanni Giudici, mio predecessore sulla cattedra di San Siro, e a Sua Eccellenza Mons. Giovanni Scanavino, Vescovo emerito della Diocesi di Todi-Orvieto, che per lunghi anni ha dimorato nel convento dei Padri agostiniani presso la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, dove sono custoditi i venerati resti di Sant’Agostino. Celebrare la festa di San Siro significa innanzitutto fare grata memoria di una storia grande e antica che segna la nostra Chiesa e la nostra città: infatti, già all’inizio del quarto secolo Pavia aveva un vescovo, e l’esistenza di una comunità cristiana presso l’antico Castrum Ticinum è già attestata nei decenni precedenti. Riguardo alla figura di San Siro, abbiamo pochi dati, ma è probabile che sia stato un vescovo missionario, come altri, che in quel periodo hanno operato per l’evangelizzazione e il consolidamento della Chiesa nei territori del nord Italia, contribuendo a porre la basi della futura civiltà cristiana, che ha avuto il suo sviluppo maggiore nell’epoca medioevale. Nella sua storia, Pavia ha conosciuto poi altre presenze culturali nell’età moderna che hanno contribuito a plasmare il volto di questa città, sede di un’antica università, centro alto di studi e di ricerca, onorato da nomi illustri di uomini di cultura e di scienza, sede di strutture sanitarie di alto valore nel panorama italiano ed europeo. Tra questi movimenti ideali, che hanno segnato la nostra storia, pensiamo al pensiero illuminista, al filone giacobino, collegato alla rivoluzione francese, al patriottismo risorgimentale, alle correnti laiche e talvolta anticlericali, in polemica vivace con la Chiesa dalla seconda metà dell’Ottocento e a cavallo del ventesimo secolo, al contributo di uomini di pensiero e d’azione nella lotta antifascista e nella costruzione della democrazia, uscita dalle ceneri della guerra, fino all’attuale panorama caratterizzato da una convivenza di visioni e di concezioni della vita e dell’uomo, anche molto differenti tra loro, dalla presenza di altre tradizioni religiose, dovute alla crescita della presenza di stranieri in mezzo a noi, provenienti da paesi con culture diverse. In questo panorama che ho voluto solo accennare, che senso ha celebrare la festa di San Siro, patrono della comunità ecclesiale e civile? È solo una tradizione che si perpetua? Rappresenta una manifestazione di fede, riservata ai credenti o ha qualcosa da dire a tutti? La stessa presenza di tante autorità civili e militari, di rappresentanti qualificati della nostra amata città sta a indicare non solo un fatto di cortesia e un segno delle buone relazioni che oggi sussistono tra la Chiesa diocesana, nelle sue varie espressioni, e le diverse realtà sociali e culturali del nostro territorio, ma esprime anche la coscienza che la figura di San Siro, primo vescovo di Pavia, è simbolo reale di un messaggio e di una presenza che hanno rilevanza anche nei molteplici ambienti della nostra vita sociale e nel confronto con altre posizioni ideali e umane. Così, l’atto di celebrare San Siro, inteso come atto religioso di lode a Dio e di venerazione di un testimone di Cristo, è gesto proprio di chi condivide la fede cristiana e l’appartenenza alla Chiesa cattolica, e tuttavia acquista un senso per tutti, credenti e non credenti, come richiamo e memoria della storia cristiana di Pavia, e come occasione per riflettere sul senso della presenza di una comunità cristiana nel nostro tempo, nel nostro mondo. Per questo motivo, carissimi fratelli e sorelle, vorrei proporre a voi alcune note sul compito che la Chiesa è chiamata a svolgere, nella nostra società multiculturale, e sul contributo positivo e originale che una comunità cristiana, viva e fedele alla sua identità e alla sua missione, può apportare al bene di tutti, alla crescita di una città e di una civiltà sempre più a misura d’uomo. Raccoglierei le dimensioni di questa presenza di Chiesa nella trama complessa e multiforme del nostro mondo, anche qui a Pavia, sotto tre parole, che corrispondono a tre dimensioni dell’essere Chiesa: missione, carità e cultura. In questo modo ci collochiamo in sintonia con il tema dell’anno pastorale “Essere Chiesa oggi”, considerato sul versante del rapporto con gli ambienti umani in cui la comunità dei credenti è chiamata a vivere e a recare il suo specifico dono. Innanzitutto, la prima parola che definisce l’essere e l’operare della Chiesa è “missione”: la Chiesa nasce dalla missione di Cristo, il mandato del Padre, il Figlio venuto a rivelare e a rendere presente il volto di Dio, il regno di Dio, e che ha raccolto intorno a sé un primo gruppo di uomini, da lui mandati ad annunciare e a testimoniare ciò che essi avevano udito e visto. Così, dopo gli eventi della Pasqua, dopo l’ora oscura della croce, illuminata dalla novità inattesa della risurrezione, i discepoli, inviati da Gesù e ricolmi della potenza dello Spirito, sono usciti dal cenacolo, il giorno di Pentecoste, e ha preso inizio la grande avventura della missione. La loro predicazione ha assunto, nei primi decenni della storia cristiana, una forma scritta, dando così origine ai libri del Nuovo Testamento: lettere apostoliche e vangeli. Abbiamo appena ascoltato nel Vangelo le parole del mandato missionario che il Risorto affida agli Undici apostoli: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15), parole che, in forma differente, ritornano in tutti i vangeli, e che richiamano la figura di San Siro, un pastore missionario, che ha servito l’annuncio del Vangelo e ha edificato la Chiesa qui in Pavia. Potremmo dire che la comunità cristiana nasce in missione, e che la Chiesa esiste nel mondo per evangelizzare, per rendere presente l’avvenimento di Cristo, per confessare di fronte agli uomini la fede in Gesù, «vero Dio e vero uomo», per annunciare, celebrare e testimoniare la novità inesauribile del Vangelo, la buona notizia del Dio con noi! Il beato Paolo VI così affermava nella sua esortazione Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), tante volte riproposta da Papa Francesco come il documento pastorale più bello e più importante scritto dopo il Concilio Vaticano II: «Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella S. Messa che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione» (n. 14). Se è vero che la prima forma di evangelizzazione è la testimonianza della vita, è altrettanto vero che non c’è piena testimonianza di fede che non tenda a diventare annuncio umile e appassionato della persona e dell’opera di Cristo: «Anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata - ciò che Pietro chiamava “dare le ragioni della propria speranza” - esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La Buona Novella, proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati» (n. 22). Voi mi potrete dire: ma tutto questo, che corrisponde ai gesti essenziali delle nostre comunità parrocchiali – l’annuncio della Parola nella predicazione, nella catechesi, nel cammino formativo per ragazzi, giovani e adulti, e la celebrazione dei sacramenti, unita alle varie forme di preghiera e di culto – tutto questo che cosa apporta alla vita sociale, agli ambienti della vita comune della nostra città? In realtà, apporta qualcosa di decisivo, perché se la Chiesa è fedele alla sua missione e trasmette integra la sua fede, senza riduzioni o compromessi, allora sa generare cristiani autentici e maturi, capaci di testimoniare un’umanità diversa, certo ancora piena di limiti e di peccati, eppure resa più intensa dall’incontro con Cristo e dalla fede in lui. In questo modo una Chiesa viva e in cammino di conversione, per natura sua, diventa una presenza che “perturba” l’ambiente, perché pone nella realtà il seme di una nuova storia, perché i cristiani, quasi senza volerlo, realizzano un modo di vita che stupisce, che desta curiosità, che suscita una domanda anche in chi magari è lontano dalla fede: «Ma tu come fai a essere così? Da dove viene la letizia che traspare dal tuo volto, dal modo che hai di vivere le circostanze quotidiane e normali della vita?» Così è accaduto con i primi cristiani, che nel grande impero romano erano una presenza da nulla, senza rilevanza “pubblica”, eppure la loro testimonianza, da subito, ha posto le radici di una nuova civiltà che si è formata nei secoli, e la nostra città, nella sua storia, nella sua bellezza, porta i segni di questa creativa presenza della fede cristiana. Certo, le circostanze odierne sono molto differenti da quelle della nascita del cristianesimo, anche qui a Pavia e nella nostra terra, ma resta sempre vero che quando accade un’autentica esperienza di Chiesa, che sa rendere testimonianza del Vangelo, attraverso la parola, i gesti e la vita dei cristiani, là anche l’ambiente umano ne riceve un influsso positivo. Perciò, il primo contributo che la comunità cristiana può rendere alla città degli uomini è vivere pienamente la novità della fede e darne testimonianza, con la parola e con la vita, senza complessi d’inferiorità e senza arroganza. La seconda parola che descrive l’esistenza del popolo cristiano è la parola “carità”, che rappresenta una forma semplice ed eloquente di narrare la bellezza del Vangelo di Gesù: la Chiesa, fin dai suoi primi passi, ha generato un movimento di carità, di condivisione dei bisogni, di promozione dei poveri, dei soggetti più deboli o emarginati. I discepoli di Cristo hanno testimoniato il Vangelo nelle opere di misericordia, e la Chiesa, in tanti modi, ha incarnato il volto di una madre che si china sull’uomo, nelle sue fragilità e sofferenze. È ciò che Papa Francesco ha chiesto ai rappresentanti delle Diocesi italiane nel suo discorso al Convegno di Firenze: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Al V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Dobbiamo riconoscere che la storia del popolo cristiano è storia di carità, e si tratta di una carità operosa e intelligente, all’origine d’istituzioni che in seguito sono state promosse anche dallo Stato o da altri soggetti della vita sociale e politica. Ricordiamo gli ospedali - il nostro “Policlinico San Matteo” -, le case per l’infanzia e per la gioventù femminile abbandonata, esposta a gravi pericoli - la Casa “Benedetta Cambiagio” fondata da Santa Benedetta Cambiagio Frassinello e la “Lega del bene” animata dalle Figlie di Maria Ausiliatrice: oggi sono comunità per minori e per mamme che operano in collaborazione con i servizi sociali dei comuni -, le residenze per i disabili e gli anziani, le mense per i poveri, che ancora oggi accolgono tanti fratelli e sorelle in difficoltà, o realtà sviluppate negli ultimi decenni – come la “Casa del giovane” nata dall’appassionata capacità di condivisione di Don Enzo Boschetti, o la “Casa di accoglienza della vita” a Belgioioso, opera di Don Leo Cerobolini con i suoi primi amici volontari. C’è davvero un mare nascosto di bene che ancora oggi, nel silenzio, viene generato e sostenuto nelle nostre parrocchie, e in altre forme di aggregazione ecclesiale, e che vede impegnati uomini e donne di ogni “credo” e di ogni parte. Papa Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato ha parlato della Chiesa come «ospedale da campo», e non fatichiamo a riconoscere che qui c’è una forma di testimonianza del Vangelo, immediata e trasparente che sa parlare al cuore di tutti, che sa coinvolgere persone che magari non condividono pienamente la vita e la fede cristiana, che sa attivare buone pratiche di collaborazione con le istituzioni civili e con altri soggetti che operano nel sociale. L’apporto positivo che una tale presenza di Chiesa può offrire nell’affronto di tante situazioni di povertà e di disagio, è innegabile: ovviamente noi credenti non pretendiamo di avere “l’esclusiva” e di essere l’unico soggetto che opera; se mai siamo più che contenti che vi siano altre forme di volontariato e varie realtà attive, anche d’ispirazione laica. D’altra parte appartiene alla fede cristiana autenticamente vissuta, suscitare questo movimento di carità, che riconosce nei volti dei fratelli poveri la carne sofferente di Cristo, e favorire in tutti una sensibilità ai bisogni dell’uomo: sta forse qui una delle ragioni della generosità che il nostro popolo dimostra nelle situazioni d’emergenza nazionale o internazionale, nella pratica delle “adozioni a distanza”, nelle offerte a sostegno di enti di beneficenza nel mondo. Nonostante anche tra noi crescano le sacche di solitudine e d’indifferenza, d’individualismo o d’egoismo corporativo, ci sono ancora risorse di carità e di solidarietà, e una Chiesa viva e di popolo è certamente un fattore che educa e sostiene l’impeto naturale a condividere i bisogni e ad aiutare chi soffre. La terza dimensione che appartiene alla vita cristiana è espressa dalla parola “cultura”, intesa non solo in senso alto e accademico, ma in senso più ampio di una concezione di vita che genera una mentalità e un costume, un ethos condiviso. In questa prospettiva, mantengono tutta la loro forza e attualità le celebri parole di San Giovanni Paolo II: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Al Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, 16 gennaio 1982, n. 2). Fin dagli inizi il cristianesimo è stato capace di entrare in dialogo e in confronto critico con il pensiero del mondo greco-romano, soprattutto nell’ambito della filosofia, accettando come terreno d’incontro l’ambito del logos, e rifiutando quello del mithos, e tutta la vita della Chiesa è stata nei secoli una feconda sorgente di cultura, in ogni campo, contribuendo a plasmare l’identità spirituale e morale di popoli uniti dalla comune eredità della fede cristiana. Una Chiesa che fosse solo «ospedale da campo», rischia di ridursi a essere “la crocerossina della storia” e non realizza la sua missione, perché la fede tende a diventare cultura, mentalità nuova, giudizio originale su ogni aspetto della realtà. Come diceva San Paolo ai cristiani di Roma: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Nella Rivelazione biblica ci sono le radici di una visione dell’uomo e della sua dignità di persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, della famiglia e dell’educazione, della società. Perciò la Chiesa è sempre stata soggetto d’educazione e di cultura, attraverso università e scuole, e attraverso le opere promosse da religiosi e religiose, da sacerdoti e da gruppi di laici, nelle parrocchie, negli oratori, nei gruppi e movimenti ecclesiali: anche qui a Pavia e nel nostro territorio. Nei secoli, poi, il Magistero ha dato forma a una dottrina sociale della Chiesa, un pensiero ricco e articolato che, ispirato dalla fede, propone contenuti significativi e di valore anche per una ragione che sa accogliere le evidenze fondamentali della vita e i grandi orientamenti morali essenziali per il cammino della società. In questo orizzonte, i laici cristiani della nostra Chiesa, che operano nelle scuole e nell’università, nel mondo del lavoro e della cultura, nell’economia e nella politica, sono chiamati a una presenza originale, sapendo maturare una capacità di giudizio e di confronto con concezioni differenti, cercando di dare ragione, nel dialogo proprio di una società pluralista e democratica, della verità circa gli aspetti fondamentali dell’umano, (il valore della vita in ogni sua fase, dal concepimento alla morte naturale, la famiglia, la sessualità, il lavoro e un’economia a misura d’uomo, gli interrogativi etici aperti dalle nuove possibilità della scienza e della tecnica, la giustizia sociale, l’accoglienza e la giusta integrazione degli stranieri, profughi e migranti). Questa presenza della Chiesa nel campo sociale, educativo e culturale non deve venire meno, e anche qui c’è un apporto prezioso alla “città dell’uomo”, nella libertà e nella passione di un confronto con altre posizioni: insieme alle altre tradizioni spirituali e religiose, la Chiesa attesta e richiama quei fondamenti morali e spirituali, che sono come le premesse di cui lo Stato laico ha bisogno per vivere, ma che non può fondare da sé. Ecco con quale spirito vogliamo onorare San Siro, patrono della comunità ecclesiale e civile della nostra Diocesi, tutti, credenti e non credenti, per riscoprire noi cristiani la missione della Chiesa oggi, e per apprezzare il contributo che essa, con umiltà e senza imposizione, vuole continuare a offrire anche alla nostra città come «esperta d’umanità» (Beato Paolo VI). San Siro interceda per noi e ci ottenga la grazia di essere Chiesa viva oggi! Amen.

 

+ Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)

 

 


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