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L'omelia del vescovo Sanguineti per la solennità di S. Agostino

Mons. Corrado ha presieduto la celebrazione lunedì 28 agosto nella basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro a Pavia


Carissimi fratelli e sorelle, Reverendi Padri,

È sempre una grazia e una gioia profonda poter celebrare e pregare qui, ai piedi dell’Arca di Sant’Agostino, dove sono custodite le spoglie del grande Dottore della Chiesa: è davvero un tesoro inestimabile, di cui dovremmo essere più grati e più coscienti, come figli della Chiesa di Pavia. Celebrare la solenne memoria del Santo vescovo, venerare le sue preziose reliquie che, per un disegno provvidenziale, sono giunte nella nostra città, grazie al re longobardo Liutprando, è occasione di metterci ancora una volta alla scuola di Agostino e di raccogliere dalla sua testimonianza e dal suo magistero una parola di verità e di speranza per noi, oggi. Abbiamo, infatti, bisogno di maestri che ci possano indicare ragioni vere di vita, e che ci mostrino la strada da percorrere, come discepoli di Cristo, nel nostro tempo, segnato da tante sfide, e Sant’Agostino rimane un maestro vivo e attuale, capace di dialogare con il nostro cuore. Tutti noi, carissimi fratelli e sorelle, siamo coinvolti e interrogati da fenomeni ed eventi che condizionano la nostra vita personale e sociale: penso alle minacce del terrorismo fondamentalista, che continua a mietere vittime innocenti, in paesi lontani e nella nostra Europa; penso al dramma dei migranti e dei profughi, che spesso fuggono da situazioni di guerra, di discriminazione, di persecuzione, di povertà, per noi inimmaginabili, e che purtroppo trovano tanti muri chiusi, indifferenza, se non ostilità. In questo passaggio epocale, qual è il contributo più originale e fecondo che possiamo dare, come cristiani? Che cosa ci chiede il Signore, attraverso le circostanze della nostra storia presente, attraverso quei segni dei tempi, che siamo chiamati a leggere e a interpretare? Ebbene, io vorrei cogliere un aspetto decisivo della testimonianza di Sant’Agostino, che racchiude qualcosa d’importante per noi. Tutti conosciamo la vicenda di Agostino, uomo vivo e inquieto, che proveniva dall’Africa – nasce a Tagaste nell’attuale Algeria – e che, dopo un percorso appassionato e tortuoso, giunge all’incontro con il mistero di Dio, Bellezza antica e sempre nuova. Non si tratta di un Dio qualsiasi: è il Dio vivente che parla nelle Scritture, è il Dio che assume volto d’uomo in Gesù Cristo, Verbo fatto carne, è il Dio capace d’innamorare il cuore di Agostino, che con alcuni amici e compagni, inizia a realizzare una forma di vita comunitaria, prima a Cassiciaco, vicino a Milano, e poi, tornato in Africa, a Tagaste. Quasi un rivivere l’esperienza della prima comunità di Gerusalemme, evocata nel racconto degli Atti, che abbiamo ascoltato (cfr. At 2,42-48). Come ricordava Papa Benedetto XVI nella sua splendida omelia pronunciata a Pavia, nella messa agli Orti Borromaici, durante la visita di dieci anni fa, sembrava che il cammino del Santo avesse raggiunto il suo approdo: «Ora la sua vita doveva essere dedita totalmente al colloquio con Dio e alla riflessione e contemplazione della bellezza e della verità della sua Parola. Così egli passò tre anni felici, nei quali si credeva arrivato alla meta della sua vita». Invece, avvenne l’imprevisto, una nuova svolta, che Benedetto definì «la seconda conversione»: Agostino, senza volerlo, fu ordinato sacerdote nella chiesa d’Ippona, e pochi anni dopo, divenne vescovo di questa piccola diocesi africana. Da allora, come il buon pastore del Vangelo, per più di trent’anni (397-430), consumò le sue energie a edificare la Chiesa, non solo quella d’Ippona, ma la Chiesa tutta, coinvolgendosi attivamente, con la parola e gli scritti, nella lotta contro eresie che minavano l’unità della Chiesa, come il donatismo, o oscuravano il Vangelo della grazia, dell’assoluta gratuità della salvezza, come il pelagianesimo. Così Sant’Agostino divenne uomo di Chiesa, e imparò a spendersi per la sua gente: «“Continuamente predicare, discutere, riprendere, edificare, essere a disposizione di tutti - è un ingente carico, un grande peso, un’immane fatica" (Serm 339, 4). Fu questa la seconda conversione che quest’uomo, lottando e soffrendo, dovette continuamente realizzare: sempre di nuovo essere lì per tutti, non per la propria perfezione; sempre di nuovo, insieme con Cristo, donare la propria vita, affinché gli altri potessero trovare Lui, la vera Vita». Non solo, ma dentro tutte le fatiche e le lotte, Agostino divenne un cantore innamorato della Chiesa: prima che padre, lui si riconosceva figlio della Chiesa, sposa di Cristo e madre dei credenti, madre che ci genera nel battesimo e ci nutre, ci educa nella fede. Agli occhi del Santo Dottore, la Chiesa è davvero la casa della vera vita, dove possiamo giungere alla piena maturità in Cristo, e separarsi da questa madre, allontanarsi dall’unità della Chiesa – come facevano gli eretici del suo tempo, magari in nome di una Chiesa più pura, più perfetta, senza ombre e difetti – significa separarsi da Cristo, sottrarsi all’influsso vivo della sua grazia e del suo Spirito, anima e vita della Chiesa. Anzi, Agostino, sviluppando l’immagine paolina della Chiesa come corpo di Cristo, giunge a sviluppare la verità della Chiesa come il Cristo totale, Christus totus, costituito dal capo e dalle membra. Ascoltiamo un passo del Santo: «Infatti il capo e il corpo sono l’unico Cristo: il che non vuol dire che Cristo capo senza il corpo è una persona incompleta, ma che egli si è degnato di essere una realtà completa anche insieme con noi, lui che anche senza di noi è completo dall’eternità. Egli è certamente completo come Verbo, Figlio unigenito uguale al Padre, ma lo è anche insieme con l’umanità che ha assunta e con la quale è Dio e uomo. In effetti, fratelli, come potremmo noi essere il corpo di Cristo se egli non fosse, insieme con noi, un unico Cristo?» (Discorso 341,11). Servire e amare la Chiesa, essere noi Chiesa, vivere il nostro battesimo, dando il nostro apporto all’edificazione della Chiesa, nella concreta vita delle comunità in cui camminiamo, è la prima testimonianza che siamo chiamati a offrire, anche oggi, in questo tempo così confuso: accettando che sia una comunità in cammino, con le sue fatiche e le sue ombre, composta di santi e di peccatori, segnata da luminose testimonianze e da scandali dolorosi, e cercando di crescere nella carità fraterna, che si apre ad accogliere chi è nella sofferenza e nella povertà, condividendo i bisogni, senza la pretesa di risolvere tutti i problemi. Ecco, fratelli e sorelle, nel travaglio di un mondo che stava crollando, il mondo dell’Impero romano, percorso e sconvolto dalle nuove popolazioni barbare, Agostino ha consumato la sua vita di uomo maturo edificando la Chiesa, nell’unità della fede, nella carità di Cristo, ed è questa Chiesa che ha saputo generare, lentamente, una nuova cultura, accogliendo e convertendo nei suoi monasteri, nelle sue comunità, nel tessuto della vita quotidiana, i nuovi popoli. Invece di puntellare l’edificio cadente dell’Impero, pur soffrendo profondamente per la crisi della civiltà romana, il Vescovo d’Ippona ha curato la sua gente, ha partecipato alle tensioni presenti nella cristianità di allora, ha aiutato i cristiani a essere testimoni umili e disarmati dell’amore, e li ha continuamente richiamati a vivere la loro vocazione, a essere corpo di Cristo, segno visibile della sua presenza e della sua carità nella storia degli uomini! Qui c’è una parola per noi, carissimi fratelli e sorelle: di fronte alle sfide e alle questioni che agitano i nostri giorni, siamo chiamati a edificare la Chiesa, come comunità di uomini e donne, che amano Cristo vivo e presente nella loro unità, come figli che desiderano dare il proprio apporto alla vita di questa casa che ci accoglie, che ci nutre con la Parola e i sacramenti, che ci dà la vita vera, eterna. Potrebbe sembrare poco, eppure vivere davvero come membri della Chiesa, nella semplicità e nella concretezza delle nostre comunità, sentirci responsabili della sua vita, portando i nostri doni, testimoniare l’umile amore che si fa carico dell’altro, che pratica la misericordia, che si china sul povero, su chi è solo, sullo straniero, questa è la strada che ci rende protagonisti di una storia nuova: come lo è stato Agostino, pastore innamorato e fedele della sua Chiesa, come lo sono stati i cristiani nella decadenza dell’Impero, che nella testimonianza della loro fede e della carità, hanno posto il seme di una nuova civiltà. Che Sant’Agostino ci insegni a essere come la prima comunità, testimoni di un’umanità bella, buona e vera, capace di attirare nuovi fratelli e di essere segno di speranza per tutti. Amen!

 

+ Mons. Corrado Sanguineti

Vescovo di Pavia

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