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L'omelia di don Ernesto Maggi per la prima S.Messa celebrata da don Umberto Rusconi

Il nuovo sacerdote della Chiesa di Pavia ha presieduto il rito domenica 25 giugno a S.Angelo Lodigiano


Che bello vedere questa basilica affollata: un’ottima impressione. La tua famiglia, i tuoi amici, tanti conoscenti, tanti fedeli che con te e per te pregano, e le autorità che rappresentano anche gli assenti…Insomma, caro Umberto, sei il fulcro di un evento importante; così almeno è avvertito con gioia ed emozione da tutti noi. Un evento significativo per la tua cittadina, per la tua gente e per la chiesa che si riconosce nelle nostre diocesi. Mi hai chiesto di parlare un poco del sacerdozio, non soprattutto per ricordare la dottrina e i doveri, ma per sottolineare quegli aspetti identitari ed esistenziali che caratterizzano non poco la missione che ora è tua. Vorrei rispondere a questa tua domanda innanzitutto con le parole del Concilio, e poi mi rifarò ad alcune citazioni che Papa Francesco ha proposto nei recenti discorsi a Bozzolo e a Barbiana. La Costituzione dogmatica Lumen Gentium al numero 28 recita: «I presbiteri sono coloro che condividono con i vescovi l’onore sacerdotale e, in virtù del sacramento dell’Ordine, ad immagine di Cristo, sono consacrati per predicare il Vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino». E poco oltre afferma: essi, «partecipi dell’ufficio dell’unico sacerdote che è Cristo, annunciano a tutti la Divina Parola e soprattutto esercitano il loro ministero nel culto eucaristico dove, agendo in persona di Cristo, uniscono le preghiere dei fedeli all’unico sacrificio del Nuovo Testamento, quello di Cristo vittima immacolata». E ancora: «proprio dell’ordine sacerdotale è poi il ministero della riconciliazione e del conforto dei fedeli pentiti o ammalati […] e raccogliere la famigli di Dio[…], perché tutti lo adorino in spirito e verità. Si affaticano inoltre nella predicazione e nell’insegnamento (Tim. 5,17) credendo ciò che hanno letto e meditato nella Parola del Signore; insegnando ciò che credono, vivendo ciò che insegnano», come ti sei sentito dire dal Vescovo consacrante all’assunzione dei paramenti che porti. Dunque, chi sono i sacerdoti? Coloro che condividono con i vescovi, grazie al sacramento ricevuto, una particolare configurazione permanente a Cristo che li abilita a predicare il Vangelo, ad avere cura dei fedeli e, per loro e per la salvezza di tutti, celebrare il culto eucaristico, il ministero della riconciliazione e dei sacramenti che sono l’aiuto di grazia alla famiglia di Dio. Ad autenticare poi la fatica della loro predicazione, sarà la competenza acquisita con lo studio e l’intelligente opera di meditazione e di mediazione culturale, perché il non credente possa comprendere e il credente essere confermato nel progresso della vita di fede e di Grazia. Proprio a partire da questo contesto dottrinale sul sacerdozio e in questa cornice, è possibile delineare come amico del Signore il tuo cammino e la tua identità, a cominciare da quella domanda, faticosa per te ma a me gradita, che mi rivolgesti in una sera fredda e buia a Praga. Avevi allora 18 anni, e non ti mancava la capacità di introspezione: «Prof., ma lei perché è diventato prete?». La motivata risposta mi ha dato l’occasione e l’ardire per una mia domanda, incalzante, dura, forte: «E tu , Umberto, perché pensi di farti prete?». Certo, è stato normale allora il tuo diniego, così come lo è stato tutto il tuo percorso universitario e di vita. Hai però mantenuto sempre con me, da quel momento, un dialogo aperto, sincero, profondamente esistenziale, continuativo finchè un giorno, quando lavoravi in Austria, mi dicesti testuali parole: « Don, per favore non mi fermi più e mi aiuti. Voglio consacrarmi al Signore!». Così il misterioso cammino di fede e di Grazia da te compiuto ti ha ulteriormente portato a ricercare il come della tua dedizione all’imitazione di Cristo; ed eccoti qui, a presiedere questa liturgia solenne, nella quale tu, in persona di Gesù e ministro della Chiesa, donerai a tutti noi la Sua presenza reale nella attualizzazione dell’Unico Suo sacrificio e nella pienezza della mistica comunione che ci fa Suo popolo. Qui faccio mie le parole scritte dalla madre ebrea di don Lorenzo Milani e citate dal Papa a Barbiana: «Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa. E che la Chiesa renda onore a lui, dandogli il sacerdozio e la forza di quella fede che resta per me il mistero più profondo». Per capire oggi il sacerdote, e perchè qualcuno ambisca al sacerdozio, occorre porsi veramente davanti al mistero di questo profondo legame che unisce una persona, la sua mente e il suo cuore, a Cristo, vero volto storico a noi comprensibile di Dio. E tu, Umberto, lo sai, perché questo è stato il tuo cammino che hai confermato con il tuo “eccomi” e “lo voglio” che ieri abbiamo udito. Viene così spontaneo delineare oggi, almeno in parte, l’identità sacerdotale: per essere preti non è richiesta una straordinaria personalità; non sono richieste doti e saperi straordinari, ma la quotidiana, ordinaria, normale vita vissuta nel dialogo del cuore con il Signore risorto e presente, prima e nonostante tutte le altre cose. Emblematico ed esemplare l’incontro di Francesco d’Assisi con gli occhi vivi del Crocifisso a San Damiano. Da lì, per lui, una vita nuova. Per essere preti non serve separarsi, sacralizzare parte della realtà, ma cercare una assoluta fedeltà all’umano, nella piena condivisione dei problemi degli uomini del nostro tempo e nella corresponsabilità sociale (ex hominibus assumptus, pro hominibus constitutus). Il prete non si attiva per generare un’altra configurazione di personalità dei fedeli, un’altra società, un’altra comunità umana, un altro mondo, ma per portare a compimento l’unico disegno creativo di Dio. Gesù è morto per questa umanità, questa società, questo mondo. E per la salvezza di tutti noi, oggi, Egli manda la Sua Chiesa, i Suoi sacerdoti, in questo mondo (ce lo ricerca il Vangelo di Giovanni :«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui, abbia la vita eterna». Gv.3,16). E’ la legge dell’incarnazione; l’immagine del sale, del lievito, della luce e del seme che dicono chi è il prete. Per questo Francesco d’Assisi per non “dividersi” non voleva neppure essere prete, e affermava che il Vangelo va vissuto “sine glossa”, cioè senza interpretazioni e mediazioni, alla lettera, perché se il sale diventasse insipido, con che cosa si potrà dare sapore? Il prete, dunque, non vive di astrazioni, di rinunce e di fughe dalla realtà, di devozioni e di mortificazioni, ma al contrario si radica nel suo ambiente, nella cultura e nel territorio, nei problemi del suo popolo; si immerge nella realtà che riconosce come dono di Dio e così imita Gesù, che si è fatto tutto a tutti. E conoscendo Gesù, perfezione dell’umano, vero uomo, uomo senza macchia, volto di Dio tra gli uomini, vuole costruire la Sua figura in ciascuna persona che incontra. La piena fedeltà al Vangelo del prete lo rende povero non perché privo di mezzi, ma perché usa e dona il mezzo che è ed i mezzi che ha, a servizio del bene, della giustizia, della carità. La carità pastorale del sacerdote è prima di tutto competenza e capacità di annunciare la Parola, il perdono e la speranza di una soddisfacente novità di vita nel Signore. Essa si fa cura di tutti perché abilita a dialogare con tutti, grandi e piccoli, poveri e ricchi, gente di cultura o da acculturare, preoccupandosi di fare il possibile perché tutti possano essere promossi a vivere la dignità umana che il Vangelo propone. Papa Francesco a Bozzolo di don Primo Mazzolari diceva: «la sua profezia si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio». E ancora denunciando possibili mancanze, affermava che è sbagliato «il soprannaturalismo disumanizzante o il rifugiarsi nel religioso per aggirare le difficoltà o le delusioni» e che spesso «ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire le devozioni. Questa è la tentazione dello spiritualismo, da cui deriva un apostolato fiacco e senza amore». E che: «il dramma del cristianesimo spesso si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, la contemplazione e l’azione». Papa Francesco aggiungeva che: «bisogna uscire di casa e di chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più. Il cristiano si è staccato dall’uomo e il nostro parlare non si può capire se non risponde alle esigenze della vita» Quanto è dunque importante che il sacerdote non si lasci mai sopraffare dal peso delle cose, ma trovi il giusto equilibrio tra preghiera e azione, senza mai lasciarsi catturare da niente e nessuno, e vantando nel suo intimo su tutto e tutti il primato di Dio e dello Spirito. E per un’ultima raccomandazione, che sento valida soprattutto per me, devo sottolineare ancora dal discorso di Papa Francesco «che il prete non è uno che esige la perfezione, ma che aiuta ciascuno a dare il meglio» perché egli sa che «lo stile dell’uomo è: con molto fare poco; e al contrario, lo stile di Dio è: con niente fare tutto». Bene, per concludere occorre tornare al mistero della tua libertà, caro Umberto, a cui abbiamo accennato agli inizi. Ricorda quella bella espressione dell’Apocalisse: “Ecco: sto alla porta e busso, se qualcuno ascolta la mia voce, e mi apre...” (Ap 3,20). Voglio sottolineare questo “stare” che indica un’azione permanente di Gesù; non si allontana, è sempre lì. Aprigli ogni giorno, cerca di stare con Lui e di godere la gioia che Egli ti dona. Se Gesù è tuo ospite, ricorda ancora cosa in Giovanni raccomanda la Madre, presente al primo dei segni: «fate quello che Egli vi dirà» (Gv2,5). Qualcuno oggi ti direbbe: fai buona strada! Io invece ti ripeto: alza gli occhi, guarda in alto (duc in altum!), guarda il cielo e le stelle che tu conosci, guarda lontano e osserva i lineamenti delle immagini che conosci e dei paesaggi ancora ignoti, e soffermati, come chi cercava il Bambino Gesù, sui segni che Dio ti concede. Il discernimento paziente e umile a cui sei abituato, non ti farà mai smarrire. E la Madre di Cristo e della Chiesa, che ti tiene per mano, ti farà giungere la sua voce: fai quello che Egli ti dirà, e così raggiungerai in pienezza la tua libertà.

 

 

Don Ernesto Maggi (Parroco della Cattedrale di Pavia)

 

 

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