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 Primopiano » L'omelia del vescovo Sanguineti per l'ordinazione sacerdotale di don Umberto Rusconi 

L'omelia del vescovo Sanguineti per l'ordinazione sacerdotale di don Umberto Rusconi   versione testuale

Mons. Corrado ha presieduto la celebrazione sabato 24 giugno nel Duomo di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,
siamo raccolti in preghiera e in festa per l’ordinazione presbiterale di un giovane del nostro seminario, il caro don Umberto Rusconi: ci stringiamo a lui con affetto, gli siamo vicini in questo momento così solenne e decisivo della sua vita, e invochiamo lo Spirito di Cristo perché lo consacri quale sacerdote autentico secondo il cuore di Dio. Oggi la Chiesa celebra la Natività di Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti d’Israele e il primo testimone del Messia Gesù, e la sua figura di profeta, chiamato a preparare la via al Signore che viene, illumina in modo potente il dono del presbiterato, di cui tra poco sarà reso partecipe, per sempre, il nostro Don Umberto. All’origine della vocazione profetica di Giovanni, come all’origine della tua chiamata, carissimo Umberto, c’è il mistero supremo della libertà di Dio, che sceglie e consacra uomini per una missione nel suo popolo. Ciò vale per ogni vocazione a realizzare un particolare servizio al Regno di Dio: non siamo noi che scegliamo, ma è un Altro, il Padre, che da sempre ci ha voluto e che per amore ci coinvolge nella sua opera di salvezza. Quanto sono vere le parole che il servo del Signore riferisce a sé, nella prima lettura tratta dal libro del profeta Isaia: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome» (Is 49,1). Lo stesso stupore, pieno di commozione e di tremore, traspare nel salmo che abbiamo pregato: «Signore, tu mi scruti e mi conosci … Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda … Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra» (Sal 138,1.13-14.15). Questa è la prima consapevolezza che dovrebbe sostenere il nostro cammino umano, e che dovrebbe accompagnare, in modo unico, la vita di noi sacerdoti: siamo destinatari di un’elezione per una missione, come Giovanni il Battista, e la sicurezza e la pace con le quali possiamo attraversare le diverse stagioni della nostra esistenza, nascono dalla certezza che non è nostra l’iniziativa, e non è affidata alle sole nostre mani il compimento dell’opera a cui siamo chiamati. Com’è consolante l’espressione che il Vescovo ordinante rivolge all’eletto, dopo la sua promessa d’obbedienza, mentre le mani del futuro sacerdote sono tenute nelle mani del suo Vescovo: «Dio che ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento». Com’è saggia la Chiesa, in questa Liturgia a invocare la schiera dei Santi, perché non potremo portare da soli il peso e la responsabilità del ministero affidato, e abbiamo sempre bisogno della compagnia dei Santi, dell’aiuto degli angeli, del sostegno di amici e testimoni nel nostro cammino: «Anche i sacerdoti custodiscono il ricordo di una invocazione dei santi pronunciata su di loro. È uno dei momenti più toccanti della liturgia dell’ordinazione. I candidati si mettono distesi per terra, con la faccia verso il pavimento. E tutta l’assemblea, guidata dal Vescovo, invoca l’intercessione dei santi. Un uomo rimarrebbe schiacciato sotto il peso della missione che gli viene affidata, ma sentendo che tutto il paradiso è alle sue spalle, che la grazia di Dio non mancherà perché Gesù rimane sempre fedele, allora si può partire sereni e rinfrancati. Non siamo soli» (Francesco, Udienza generale, mercoledì 21 giugno 2017). Ricordati, carissimo Umberto: non sei solo! Carissimi fratelli e sorelle, Giovanni incarna la figura del vero profeta, che non vive per sé, ma vive per il Signore, che non mette al centro se stesso, ma indirizza lo sguardo degli uomini a Colui che viene, al Messia Gesù, così come attestano le sue parole richiamate da San Paolo nella sinagoga di Antiòchia di Pisìdia: « Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali» (At 13,25). Il profeta è un uomo requisito da Dio, che trova nell’appartenenza al suo Signore la ragione e la sorgente della sua vita, e che, in forza di questa relazione, custodita e nutrita giorno dopo giorno, si consuma in una lieta dedizione ai suoi fratelli, e trova la sua gioia nel poter aprire nei cuori le vie al Dio della vita. Certo, già essere cristiani, essere battezzati nello Spirito, vivere la gioia dell’incontro con Cristo porta con sé la partecipazione alla missione profetica di Gesù, testimone fedele del Padre, e a nuovo titolo, questa dimensione profetica caratterizza, dovrebbe caratterizzare la vita di un sacerdote, ministro del Vangelo a tempo pieno! Ora essere profeti non è un vezzo, non è cercare il palcoscenico del mondo, non è inventare stranezze, sentendosi superiori alla Chiesa o al semplice popolo di Dio, ma è avere in sé un fuoco che non si spegne, sentire una profonda passione per il Vangelo ed essere anche creativi, audaci, nel trovare nuove vie per incontrare gli uomini e le donne, là dove vivono; essere profeti è avvertire sempre una viva e santa inquietudine, non considerarsi mai “a posto”, arrivati e sistemati – che triste un pastore che ha come sua preoccupazione il trovare una buona sistemazione – e lasciarsi provocare e disturbare dai poveri, da coloro che contano nulla, dai peccatori, dagli uomini in ricerca, dai giovani e dagli adolescenti che sembrano sempre più distanti o estranei alla vita della Chiesa, da tutti coloro che rischiano di restare ai margini, fuori dal nostro orizzonte. Essere profeti è essere uomini liberi, che vivono la loro obbedienza alla Madre Chiesa, in piedi, senza servilismi o opportunismi, accettando anche di essere talvolta incompresi, ma senza mai uscire dall’abbraccio della Chiesa, senza mai rinnegare la propria appartenenza al popolo di Dio: per ogni prete, per te, caro Umberto, questa libera obbedienza da figlio si vive nel presbiterio, nel rapporto filiale e fraterno con il Vescovo, nel legame con le comunità alle quali sarai mandato. Pochi giorni fa, Papa Francesco è andato a pregare sulle tombe di due sacerdoti, parroci di campagna, dei nostri tempi: Don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, uomini, che anche soffrendo, hanno sempre amato la Chiesa e nella loro autentica profezia, da molti incompresa e da altri strumentalizzata, hanno gettato dei semi di Vangelo che ora possono fiorire e che la Chiesa ora riconosce. Sono due testimoni che farà bene a tutti noi, carissimi confratelli, riscoprire e che possono, in modo salutare, inquietare le nostre coscienze tranquille. Ebbene, le parole che Francesco ha dedicato a questi umili sacerdoti sono una pagina da rileggere, con calma: invito anche te, caro Umberto, a metterti in ascolto della loro testimonianza, così com’è stata proposta dal nostro Papa. Se mi permettete, vorrei concludere con un passaggio dove il Santo Padre ha messo in luce il segreto della vita di Don Lorenzo Milani – ma che vale anche per Don Primo – e che dovrebbe diventare l’anima della nostra esistenza di preti: «Tutto nasce dal suo essere prete. Ma, a sua volta, il suo essere prete ha una radice ancora più profonda: la sua fede. Una fede totalizzante, che diventa un donarsi completamente al Signore ... Sono note le parole della sua guida spirituale don Raffaele Bensi: “Per salvare l’anima venne da me. Da quel giorno d’agosto fino all’autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire” (Nazzareno Fabbretti, “Intervista a Mons. Raffaele Bensi”, Domenica del Corriere, 27 giugno 1971). Essere prete come il modo in cui vivere l’Assoluto. Senza questa sete di Assoluto si può essere dei buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti, preti veri, capaci di diventare servitori di Cristo nei fratelli. Cari preti, con la grazia di Dio, cerchiamo di essere uomini di fede, una fede schietta, non annacquata; e uomini di carità, carità pastorale verso tutti coloro che il Signore ci affida come fratelli e figli. Don Lorenzo ci insegna anche a voler bene alla Chiesa, come le volle bene lui, con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni, ma mai fratture, abbandoni. Amiamo la Chiesa, cari confratelli, e facciamola amare …». Che lo Spirito del Signore prenda oggi possesso del tuo cuore, carissimo Umberto, perché tu possa essere sacerdote e profeta, servo di Dio e degli uomini! Affidati ogni giorno a Maria, perché «senza Madre non possiamo andare avanti» (Francesco). Amen!

 

 

+ Mons. Corrado Sanguineti

Vescovo di Pavia


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