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Il messaggio del Vescovo Corrado per la Festa delle Ss. Spine

Mons. Sanguineti ha presieduto i Vespri e la processione lunedì 5 giugno nel Duomo di Pavia


Carissimi fratelli e sorelle,

 

 

la festa delle Sante Spine appartiene alla storia e alla tradizione della nostra città e della nostra diocesi di Pavia, ed è uno di quei segni di memoria che ci aiutano a non smarrire la nostra identità e il nostro volto di popolo cristiano, anche in un contesto profondamente mutato rispetto al passato, segnato da una crescente secolarizzazione della vita quotidiana. Venerare le Sante Spine, custodite nella nostra Cattedrale, è un richiamo forte a rivolgere gli occhi e il cuore a Cristo, nel mistero della sua passione, mistero di dolore e d’amore. Ricordiamo la scena narrata nei vangeli, del crudele e beffardo gioco a cui è sottoposto Gesù da parte dei soldati romani, nel pretorio di Pilato: «Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: “Salve, re dei Giudei!”. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui» (Mc 15,16-19). Gesù è deriso come re dei Giudei, e in silenzio, subisce l’umiliazione, l’oltraggio, la sofferenza: come mite agnello, rende testimonianza della sua fedeltà al Padre, e accetta, lui innocente, di farsi carico dei peccati e dei dolori degli uomini. Così si compie l’antica profezia sul servo del Signore,: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. (…) Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti» (Is 53, 4-6). Ecco, attraverso il segno delle Sante Spine, sta di fronte a noi Cristo, «il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra» (Ap 1,5), testimone fedele a Dio e alla verità, fino al sangue. È lui, Gesù, il primo martire, che muore senza maledire o imprecare, ma invocando il perdono per i suoi carnefici e consegnandosi con fiducia al Padre! Ora, fratelli e sorelle, la testimonianza suprema di Cristo, che continua a rinnovarsi nei martiri cristiani dei nostri giorni, acquista la forza di una provocazione per noi, chiamati a vivere in un tempo non facile. Purtroppo si susseguono notizie di attentati terroristici che mietono vittime innocenti, in Europa e in tante nazioni, e dobbiamo riconoscere che, a volte, sembrano “contare” di più le vittime degli attentati “di casa nostra” in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Belgio, rispetto alle vittime, molto più numerose, di nazioni lontane, come l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, la Siria, l’Egitto, lo Yemen, la Nigeria, le Filippine, l’Indonesia. E potremmo aggiungere altri paesi! Fa davvero impressione la minaccia del terrorismo fondamentalista religioso, che sfigura il nome di Dio, e che rappresenta un cancro terribile, che giunge a infettare anche giovani nati e cresciuti nella nostra Europa. Ebbene, fratelli e sorelle, di fronte a questo scenario, che potrebbe accompagnarci per un tempo non breve, che cosa ci è chiesto? Come non soccombere alla paura, che può portare a forme di panico, com’è accaduto l’altra sera nella Piazza di San Carlo a Torino, appena si è temuto lo scoppio di una bomba? Come evitare di cadere nella logica di un sospetto generalizzato verso lo straniero, il diverso da noi? Come non restare prigionieri di una cultura dello scontro, dell’esclusione e della chiusura a chi proviene da nazioni lontane, spesso in fuga dalla fame, dalla guerra, dalla persecuzione? Ci viene ripetuto che occorre reagire, che dobbiamo continuare a vivere come prima, senza lasciarci condizionare da paure e misure di sicurezza: la vita deve andare avanti, con i suoi ritmi, i suoi impegni, i suoi luoghi di divertimento, i suoi “riti” laici come concerti e raduni. Ma, giustamente, ieri il Cardinale Angelo Scola, ha posto una domanda che vale per tutti, credenti e non credenti, e che interpella in modo particolare noi, discepoli di questo Re coronato di spine, il Trafitto vivente nella gloria: «Non basta dire “continuiamo a vivere come prima”. Come stiamo vivendo? È sufficiente per affrontare tutto questo?». Alla sete d’infinito e di vita, che costituisce il cuore dell’uomo e che si fa sentire con più forza nell’adolescenza e nella giovinezza, che cosa abbiamo da offrire? Forse il vuoto e il nulla, che si nascondono dietro una certa mentalità nichilista e edonista, ben rappresentata da alcuni personaggi dello spettacolo e della musica, nella loro esistenza e nelle cose che esprimono? Un cuore affamato di vita e di un ideale per cui valga la pena vivere e morire, può farsi affascinare da proposte e visioni religiose di stampo integralistico e ideologico, che possono anche condurre alla violenza, al fanatismo, al sacrificio della propria vita, magari per uccidere altri, in una caricatura folle e demoniaca del martirio! Perché il martire cristiano è esattamente l’opposto: non muore, odiando la vita, ma amando il Signore che rende sensata e bella l’esistenza, e non perisce, dando la morte ad altri innocenti, ma muore, perdonando i propri uccisori, come ci hanno testimoniato, in questi mesi, cristiani copti in Egitto, o cristiani in Siria, nei campi profughi di Erbil in Kurdistan, famiglie che in una notte hanno perso tutto e sono dovute fuggire. Ecco, carissimi fratelli e sorelle, le Sante Spine di Cristo, martire misericordioso e fedele, che ora trafiggono la carne e l’anima di tanti fratelli e sorelle nella fede, sono, in realtà, germogli di vita, perché nell’amore a Gesù, alla sua viva presenza, il nostro cuore può trovare la sorgente di una letizia e di una speranza, più forti dell’odio e della morte, capaci di saziare la sete di vita e di felicità, che spinge incessantemente l’uomo di ogni tempo a cercare la verità, la bellezza, il bene. Impariamo dai martiri di oggi, che, anche in situazioni di grande sofferenza e privazione, rendono visibile un’umanità positiva e lieta, «testimonianza di una fede limpida, di una speranza che non si spegne, di un amore che arriva ad abbracciare il “nemico”, senza mai dare sfogo a parole di odio», come ho scritto nell’editoriale dell’ultimo numero del settimanale diocesano “Il Ticino”. Questo è il contributo che siamo chiamati a offrire, come cristiani, nel nostro tempo, nella nostra città: la testimonianza della “bellezza disarmata” che nasce nell’esperienza della fede, diventando capaci di una presenza originale, negli ambienti di vita (il lavoro, la scuola, l’università, il quartiere, la parrocchia, la famiglia), di un giudizio critico e chiaro su aspetti decisivi del vivere, sapendo entrare in dialogo con ogni uomo, valorizzando ogni frammento di verità e di bene. Chi vive la certezza della fede, chi ha incontrato la presenza viva e bella di Cristo nella sua vita, diventa, per sua natura, testimone, senza particolari programmi, e sa incontrare l’altra persona, superando ogni barriera e sapendo andare oltre l’errore e il peccato. Di questa testimonianza, come Chiesa che è in Pavia, ci sentiamo in debito, in particolare verso i giovani e i adolescenti, che sono il nostro futuro: sapete che Papa Francesco ha indetto un Sinodo dei vescovi, per l’ottobre 2018, sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. È un’occasione, anche per la nostra Diocesi, di mettersi in ascolto dei giovani, sia quelli che partecipano alla vita della comunità cristiana, sia quelli che ne sono lontani o si sentono estranei: vedremo come coinvolgerli e come realizzare forme d’incontro e di dialogo con loro. Certo sento, come Vescovo, l’importanza di un ascolto sincero delle loro esigenze e dei loro desideri, anche nei confronti della Chiesa; nello stesso tempo vorrei trovare nuove vie per testimoniare e proporre loro, la bellezza della fede cristiana, che non mortifica nulla di ciò che è autenticamente umano, ma rende possibile un’esaltazione e un compimento della persona, impossibile senza l’amicizia con Cristo vivo. È lui il Re che attrae e conquista i cuori, e che cerca incessantemente amici, non servi, che insieme a Lui siano testimoni del vero Regno, «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace». Amen!

 

 

+ Mons. Corrado Sanguineti

Vescovo di Pavia

 


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