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 News diocesane » L'omelia di mons. Paolo Magnani per il 40esimo anniversario della sua ordinazione episcopale  

L'omelia di mons. Paolo Magnani per il 40esimo anniversario della sua ordinazione episcopale    versione testuale


QUARANT’ANNI DI EPISCOPATO, PLASMATO DAL POPOLO!

Omelia di Mons. Paolo Magnani, vescovo emerito di Treviso, e pavese, tenuta nella cattedrale di Pavia in occasione del quarantesimo anniversario dell’Ordinazione episcopale (10 settembre 1977), il 10 settembre 2017.

Confratelli nell'Episcopato, presbiteri e fedeli che siete venuti in questa cattedrale nella circostanza della memoria del quarantesimo anniversario della mia Ordinazione Episcopale, vi ringrazio, e in modo tutto speciale ringrazio il vescovo di questa diocesi monsignor Corrado Sanguineti che mi ha invitato con gesto di squisita fraternità.
Nella cattedrale di Pavia io mi trovo bene e mi trovo a mio agio. Da qui sono partito e qui sono ritornato dopo quarant’anni, e sono tornato per dire grazie.
Vi prego di ascoltare queste mie riflessioni come l’espressione di una testimonianza e non come un’omelia propriamente liturgica.
Nella storia di Israele si saliva al Tempio quasi per dare compimento al tempo trascorso e riscattarlo da eventuali peccati, e sempre per dire grazie e per offrire sacrifici, per pregare, per chiedere perdono, per invocare la misericordia di Dio.
Anch'io oggi sono salito al Tempio, cioè nella cattedrale di Pavia, per offrire il Sacrificio Eucaristico, celebrato qui per la prima volta con l'Ordinazione presbiterale e poi ancora nella più solenne celebrazione dell'Ordinazione episcopale. Sono salito a questo Tempio per fare un gesto di compimento spirituale, pastorale ed ecclesiale.
Non voglio sia casuale la mia presenza in questa cattedrale, come non è stato casuale la mia Ordinazione Episcopale nella medesima. È proprio questa cattedrale, che è storia della vita Pavese, a ispirarmi alcuni pensieri che umilmente espongo a voi che mi ascoltate, spero con un po’ di pazienza.
C’è una domanda che mi rivolgo: chi sono io? R rispondo: “Io sono quello che mi ha fatto la cattedrale di Pavia”. Non mi riferisco solo ad una prodigiosa costruzione che sprigiona bellezza. Parlo di una cattedrale che vive, che è stata costruita per la vita della diocesi di Pavia.
Se la cultura ecologica ha coniato l'espressione “animali parlanti”, io posso parlare di “cattedrali parlanti”.
Questa cattedrale ci parla e ci racconta, da come è stata voluta, iniziata e ci parla di un percorso di secoli, in cui si fanno avanti i pavesi. È la storia amministrativa di questa cattedrale che aiuta a capire anche la storia pastorale di Pavia, e l'ineluttabile centralità della sua cattedrale. C’è un episodio molto significativo del rapporto tra i pavesi e la cattedrale.
Durante i molti anni della sua costruzione ad un certo punto, per insufficienti risorse, il Comune di Pavia ricorse ad una tassa, la nostra iva, sul pane, sulla carne e sul vino. Pane, carne e vino sono gli alimenti della vita umana; i pavesi sono entrati con la loro vita in questa cattedrale. Per cui si può dire che in questa cattedrale c'è qualcosa di superiore, oltre alle sue linee geometriche, c'è vita, vita donata, questa cattedrale è stata fecondata da qualcosa di superiore!
Ho detto che io sono quello che questa cattedrale ha fatto di me. E ciò è evidente mentre faccio memoria di alcuni vescovi pavesi qui sepolti. Oggi qui faccio memoria del vescovo che mi ha chiamato da chierichetto di Pieve Porto Morone, in Seminario, monsignor Girardi, del vescovo che mi ha ordinato presbitero all’altare di san Siro, monsignor Allorio, del vescovo che è stato coconsacrante alla mia Ordinazione Episcopale monsignor Angioni.
La cattedrale è stata tanto per me, è stata fondamentale, ma per essere più completo e più comprensivo, devo uscire dalla Cattedrale, per ricordare la “cattedrale geografica” diocesana: penso alla mia parrocchia di origine, alla mia famiglia, al Seminario e ai suoi Rettori, ai miei educatori.
In modo particolare penso con gratitudine al Cardinal Poma e monsignor Maverna che mi hanno instillato un profondo senso di Chiesa e della sua unità; era la stagione della Mystici Corporis, che è poi maturato nell’esperienza come vescovo di Lodi e di Treviso, e decisamente nell’Ecclesiologia di comunione del Concilio Vaticano II.
Con queste mie parole ho inteso esprimere un compendio. Questa sera sono stato fortunato per essere ritornato in una cattedrale ancora più bella da quando, nel 1977, l'ho lasciata. Anch’io, con Pavia dico grazie a coloro che hanno molto lavorato per rendere la cattedrale più bella e più solida.
Questa sera dico grazie al Signore, e a tutti quelli che in questi quarant’anni ho incontrato, e vi invito a dire con me un grande e immenso grazie!
Ma permettetemi che nella memoria dei miei quarant’anni di episcopato, allarghi l'orizzonte, oltre la mia diocesi d’origine e di rispondere ad una seconda domanda: “Cosa ricordi di più e di primo nell’esercizio del tuo ministero?” È una domanda che riflette la grandezza del servizio episcopale e la sua vastità sacramentale e pastorale.
Il vescovo è chiamato ad essere padre e guida in diverse cose: l'evangelizzazione, la comunione presbiterale, l'attenzione alle istituzioni come le parrocchie, alle associazioni, ai movimenti, ai religiosi. Ma c’è qualcosa che sta al principio: io ho sperimentato che il vescovo diocesano, non è padre senza popolo e che è il popolo a offrirgli stimoli, idee, iniziative, e proprio di queste il vescovo cresce e matura, quasi plasmato dal suo popolo.
Io ho scelto un aspetto della mia vita che mi ha segnato: la Visita Pastorale e la parrocchia. Tra le due realtà c'è una connessione profonda.
La cosiddetta “chiesa in uscita” verso le periferie, ha confermato la mia esperienza. La Visita Pastorale è una forma di Chiesa in uscita. Ma poco vale se questa uscita non si concludesse in un'entrata. È il vescovo che, nella Visita Pastorale, esce dalla sua dimora ed entra in altre dimore. La Visita Pastorale ha le sue periferie che sono le parrocchie e altre realtà diocesane.
In stretta connessione con la Visita Pastorale, sono le parrocchie ad avere un certo primato. Quando dico parrocchia dico chiesa parrocchiale, parroco, oratorio, Scuola Materna, dico alcune case della parrocchia con gli ammalati, con gli anziani, dico famiglie con disabili. Le entrate sono molte e diversificate. La parrocchia è la Chiesa vicina alla gente.
Vi faccio una confidenza: come vescovo ho fatto una progressiva scoperta della parrocchia. Le parrocchie non sono uguali, e non mi riferisco solo alle strutture sociologiche; le parrocchie si diversificano anche per storia, per qualità spirituali, per tradizioni di territori e persino di agricoltura. Sono convinto che la parrocchia ha un volto carismatico, vale a dire qualcosa che la qualifica con specifiche qualità spirituali e culturali.
Alla radice del volto carismatico di una parrocchia c'è la figura di un parroco, o di più parroci, e della loro fisionomia spirituale e pastorale.
Convinto di ciò, al tempo del mio episcopato a Treviso, ho celebrato un Sinodo proprio sulla parrocchia come “Centro di vita spirituale per la missione”, quale compendio del mio servizio episcopale in quella diocesi. Nato e cresciuto secondo un cristianesimo parrocchiale, sono stato fedele alle mie radici. Questo è quello che dico io, ma ci sono nella Chiesa migliaia e migliaia di vescovi, formati, ma non clonati, dallo Spirito Santo, e ognuno dice la sua.
Vi ringrazio della pazienza per aver ascoltato queste mie riflessioni un po’ elaborate, perché nel momento in cui sono diventato emerito, mi sono trovato a vivere un rapporto nuovo col tempo, ed anche con la Chiesa: un rapporto più lento e più riflessivo, più intenso dal punto di vista interiore ed anche nella disponibilità all’incontro e alle conversazioni del tutto libere e gratuite. Dopo quarant’anni di servizio episcopale, concludo dicendo che nella mia predicazione, non cito più questa espressione di sant’Agostino: “Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”. Mi fermo al “con voi”. E qui preferisco passare ad un altro vescovo e martire, Ignazio di Antiochia che, incarcerato ed in viaggio per Roma, innamorato di Cristo e della sua “Carne”, afferma di cominciare ad essere un discepolo. Per questo chiede una preghiera che oggi sulle mie labbra diventa la mia, ascoltatela: “Chiedete per me la forza interiore ed esteriore perché io non dica solamente che sono cristiano, ma che sia trovato di fatto tale” (Lettera ai Romani, III e V). Sono consapevole che non esiste il cristiano emerito.
Grazie ancora a tutti e per tutto.  

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